Fare una cosa a pera
La irregolarità della pera, quindi, dà il senso di qualcosa di deforme, di mal costruito e, per estensione, di mal congegnato, quindi di... insensato, di illogico, irrazionale.
Di qui anche l’espressione essere un discorso (fatto) a pera, cioè sconclusionato, senza senso né logica.
Con significato affine le locuzioni essere il discorso di Arlecchino, un discorso, cioè, arruffato, che non regge, privo di logica; essere una pappardella, vale a dire un ragionamento o uno scritto sconclusionato, sconnesso e, molto spesso, anche noioso.
Magari!
Questa comunissima interiezione che usiamo per invocare un avvenimento fausto e insperato, ha origine greco-bizantina e un significato quasi sacrale, dato che tira in ballo le anime dei defunti (μακάριος, makàrios, in greco significa beato) che vengono così strumentalizzate per l’ottenimento di fini, in genere, terreni.
D’altra parte, in quel misto di religiosità e superstizione che sonnecchia nel fondo del nostro animo, si annida sempre la speranza di un evento soprannaturale che venga in nostro aiuto: lo testimonia il frequente ricorso alla smorfia (corruzione di Morfeo, divinità greca del sonno e dei sogni) cui si ricorre per trasformare in un terno secco l’immagine apparsaci nel sonno e che spesso è quella di un defunto.
Non siamo solo noi Italiani a invocare aiuti da altri mondi: lo spagnolo ojalà e il turco insciallah giungono addirittura a richiedere l’intervento o l’aiuto di Allah (i Turchi, forse, lo fanno ancora con un residuo di religiosità, cosa che ci sentiamo di escludere per gli Spagnoli, il cui vecchio vocabolo non ha oggi alcun collegamento effettivo con la divinità).
Per il linguista Ottorino Pianigiani l’esclamazione è adoperata soprattutto dai napoletani che l’hanno esportata nel resto dell’Italia e vale, come dicevamo, Dio volesse!.
PS. Si presti attenzione: magari, popolarmente magara, non sempre è un’interiezione. Si clicchi su magari Dizionari Repubblica.it - magari
Bisognerà disfare la capannuccia
Ecco un modo di dire pressoché sconosciuto e di marca prettamente toscana ma affine all’altro — conosciutissimo — essere al verde, vale a dire essere in estrema povertà, non avere più un soldo. L’espressione — ci fa sapere Francesco Serdonati, grammatico e umanista — era di moda tra i giovani fiorentini quando si dilettavano a costruire la capanna per il presepio.
Ma diamo la parola al Serdonati: «Bisognerà disfare la capannuccia. Domandano (chiamano, ndr) in Firenze la capannuccia il presepio che rappresenta la nascita di Cristo; e perché quivi si pone il bue e l’asinello, s’usa questo proverbio quando i giovani spendono troppo in giuochi ed altri loro diporti, che spesse volte rimasti senza danari, se ne vanno in villa, e vendono il bue e l’asinello e altri bestiami per far danari di nascosto a’ padri; e così disfano la capannuccia perché ne levano il bue e l’asinello».
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