Gratuìto? Perché no!?

Ai tempi, ormai lontani, della scuola ci hanno insegnato (e, forse, insegnano ancora) una grande baggianata: l’aggettivo gratuito si deve pronunciare perentoriamente con l’accento sulla ù (gratùito).

No, amici, questo aggettivo ha due pronunce: gratùito e gratuìto. La più comune, però, è la prima: gratùito. Non lo sostiene l’estensore di queste noterelle, lo sostengono i sacri testi.

Sabatini Coletti: «gratuito [gra-tùi-to, meno freq. …-*tu-ì-*…] agg.»
Gabrielli: «gratuito  [gra-tù-i-to] raro, poet. [gra-*tu-ì*-to]»

15-06-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Fare il (essere un) crumiro

Durante uno sciopero generale un operaio,  non in linea con il sindacato promotore della protesta, fu avvicinato da uno dei  protestatari tra i più facinorosi e fu invitato da questo ad appartarsi un attimo per una comunicazione riservata e della massima urgenza. Il crumiro si guardò bene dall’accettare l’invito del collega: aveva mangiato la foglia; aveva capito subito, cioè, che la comunicazione riservata sarebbe stata spiacevole per la sua... salute.

Ma chi è questo crumiro? Come tutti sappiamo è la persona ribelle alle leggi dello sciopero; e perché si chiama così? Il termine, nell’accezione attuale, ci è giunto pari pari dalla cugina Francia.

Nel 1881 i Crumiri (nome di una tribù di Bèrberi e di Arabi della parte occidentale della Tunisia) con le loro azioni piratesche contro le navi francesi dettero il pretesto alla Francia per occupare militarmente la Tunisia e liberarla da questa popolazione che era considerata la più turbolenta e ribelle alle leggi. I Francesi ben presto cominciarono a chiamare crumiri anche i ribelli alle leggi dello sciopero.

Il termine, oltrepassate le Alpi, è giunto a noi con lo stesso significato: lavoratore non in linea con gli interessi della categoria. Fare il crumiro, quindi, comportarsi come i Crumiri ribelli a tutte le leggi.

14-06-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink


Andare a manetta

Come tutti i padri moderni, il ragionier Berretti non perse tempo e appena il suo rampollo compì il diciottesimo anno d’età gli regalò una fiammante auto sportiva con tanto di... manette, raccomandandogli di essere molto prudente durante la guida. «Vedi figliolo — esordì il padre — moltissimi miei colleghi hanno abituato i loro ragazzi ad andare in auto in manette, così, sostengono, i loro figli non possono sbizzarrirsi molto nella guida ed essi si sentono molto più tranquilli. Usale anche tu, Fabrizio, farai contenta tua madre».

Il giovanotto non riuscì a celare una certa meraviglia: non riusciva a capire come potessero guidare — i suoi coetanei — l’automobile ammanettati. Non voleva, però, contraddire il genitore che era sicuro di avere risolto il problema della velocità, croce di tante famiglie, con le manette, appunto. Poi ebbe una felice intuizione e, rivolto al padre, disse: «Papà, non vorrei che avessi capito male, probabilmente i tuoi colleghi ti hanno detto che i loro figli — sciagurati — vanno sempre ‘a manetta’, cioè, come si dice in gergo, ‘a tavoletta’, ossia ad altissima velocità».

Fabrizio non conosceva quest’espressione — andare a manetta — ma aveva intuito, appunto, il significato: correre, andare sempre di fretta e, per estensione, fare qualcosa con grande foga, oltre, naturalmente andare a manetta.

La manetta, infatti, è quella del gas che un tempo — in alcuni veicoli — comandava l’afflusso del carburante: più si apriva la manetta, più affluiva il carburante, incidendo, naturalmente, sulla velocità del mezzo di trasporto.

13-06-2016 — Autore: Fausto Raso — permalink




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