La luna e la sua lingua
Una lingua arricchisce il suo vocabolario non solo per i termini che riceve in prestito o in dono da altre lingue — gli americanismi che abbiamo visto ieri, per esempio — ma anche, e forse soprattutto, attraverso le voci che si formano spontaneamente (fenomeno che non sarebbe azzardato definire autogenesi linguistica), per derivazione spontanea, appunto.
Molto spesso da una sola radice (o tema) si forma un’intera famiglia di termini che, come le famiglie umane, possono essere scarse o numerosissime. Eccone una molto prolifica, quella della luna.
Da questo splendido satellite sono derivati — per “parto spontaneo” — gli aggettivi/ lunato/ e /lunante, /che significano, entrambi, “falcato”, vale a dire curvo come la falce della luna; /illune/, (dal latino ‘illunis’, formato da ‘in’ privativo e ‘luna’), cioè “senza luna”: notte illune; /lunatico/, cioè capriccioso, volubile e i sostantivi /novilunio/, /plenilunio/, l/unario/ e/ lunazione/, cioè il mese lunare di ventinove giorni, oltre a /lunedì /(dal latino ‘lunae dies’, giorno della Luna) e a /lunetta/, termine adoperato in architettura per indicare lo spazio semicircolare tra l’uno e l’altro piede delle volte.
Diminutivi scaduti
Piluccando qua e là nella vastissima foresta del vocabolario possiamo notare — se prestiamo la massima attenzione — che molto spesso adoperiamo vocaboli che possiamo definire diminutivi scaduti, vocaboli, cioè, che hanno conservato la forma diminutiva senza averne più il valore. Questo fenomeno si riscontra soprattutto nel linguaggio scientifico. Come si spiega ciò?
Occorre — per trovare la motivazione — rifarsi, come il solito, alla lingua dei nostri padri: il latino. I Romani avevano a disposizione — fra i tanti mezzi linguistici — un infisso che inserito tra la radice e la desinenza della parola dava a quest’ultima un valore diminutivo; questo infisso era -ell- oppure -ul-.Vediamo qualche esempio per maggiore chiarezza. Da cell-a con l’infisso -ul- tra il tema (o radice) e la desinenza (cell-ul-a) si aveva cellula (piccola cella); da ov-um, ovulo (piccolo uovo); da rot-a, rotula (piccola ruota). Con la lingua volgare (l’italiano) questi diminutivi hanno perso il valore originario ma hanno conservato la forma diminutiva; sono, insomma, diminutivi scaduti.
Prendiamo, per esempio, l’ovulo. Per i nostri padri latini era un piccolo uovo; per noi, invece, indica un fungo a forma di uovo, conosciuto come fungo reale, oppure le particelle che le femmine degli animali portano con sé e che, una volta fecondate, danno origine al feto vivente.
E la cellula? Per i Latini era una piccola cantina, nel nostro linguaggio scientifico indica, invece, l’unità elementare dei tessuti tanto vegetali quanto animali e, in senso metaforico, l’unità di qualsiasi istituto od organismo, come partiti, sindacati, società e via dicendo.
In questi casi il parlante volgare (l’italiano) anche se non sente più il valore del diminutivo ne vede ancora la forma; mentre in altri casi soltanto chi ha studiato il latino riesce a cogliere nel vocabolo volgare l’antico diminutivo latino (essendo, appunto, scomparso).
La gente, nel parlare quotidiano, usa spesso il diminutivo senza sentirne effettivamente il valore. Accade, così, che nell’uso la forma diminutiva finisca col prevalere su quella primitiva, sino a farla cadere nel… dimenticatoio. Il discorso è un po’ complesso, cercheremo di fare del nostro meglio per essere chiari.
Vogliamo dire, insomma, che i parlanti, nel periodo di transizione dal latino al volgare (italiano), hanno adoperato il diminutivo e il vocabolo che ne è derivato ha conservato la forma alterata (diminutivo) senza averne più il valore. Alcuni diminutivi scaduti che abbiamo preso dal vocabolario serviranno a chiarire maggiormente il concetto.
Il coltello, per esempio, viene da cultellu(m), diminutivo di cultru(m), dovrebbe significare, quindi, coltellino, non coltello, appunto. Castello dovrebbe significare castellino essendo il latino castellu(m), diminutivo di castru(m); fratello da fratellu(m), diminutivo di fratre(m), dovrebbe voler dire fratellino; mentre l’anello, da anellu(m), diminutivo di anulu(m), sarebbe anellino.
Ma parlando o scrivendo, chi mai penserebbe che questi vocaboli hanno mantenuto la forma diminutiva originaria perdendone, però, il valore? Ciò è dimostrato dal fatto che a fratello, coltello e castello si sono affiancati fratellino, coltellino e castellino.
E per finire ci sembra interessante vedere come alcuni diminutivi sono passati nella lingua volgare, cioè in italiano, attraverso metamorfosi (vale a dire attraverso mutamenti) molto più strane. Nessuno penserebbe che il sostantivo la pecchia (ape) — per la verità di uso assai raro e poetico — sia il diminutivo di ape, passato assieme al suo articolo attraverso queste fasi: ape(m), apecula(m), apecla, apecchia, poi con l’aggiunta dell’articolo l’apecchia e, infine, la pecchia, con il passaggio della vocale a iniziale dal sostantivo al suo articolo, a seguito di un processo di deglutinazione.
Con questo termine si indica, in linguistica, la caduta del suono originale iniziale di una parola perché ritenuto articolo o preposizione.
Bigioia...
Ci piace segnalare un interessante articolo di Gian Luigi Beccaria
Ma che bigioia è questo museo
In difesa di una parola piemontese che non è volgare e tantomeno irriverente
Molti tabù linguistici vengono man mano infranti. Puttana, pronunciato la prima volta nel film Il bandito da Folco Lulli (1946) fece clamore. Venticinque anni dopo, nel Lessico di frequenza preparato dalla Ibm (1971), puttana raggiungeva il 5% nei romanzi, e già il 18% al cinema.
Tullio De Mauro negli Anni '70 era stato chiamato dal Tribunale di Torino per un parere su Dacia Maraini che avrebbe offeso lo scrittore Berto qualificato dalla stessa come stronzo. Si doveva stabilire se la parola era offensiva o no. Ora questa metafora stercoraria è sulla bocca anche dai parlanti imberbi.
Più di vent'anni fa Celentano pronunciò a Fantastico la parola cazzata, e suscitò scalpore. Adesso è un intercalare frequente, che, se non proprio elegante, non fa più scandalo.
Ho ricevuto questa arguta lettera di Enzo Biffi Gentili, Direttore del MIAO di Torino: «Le scrivo a proposito di una curiosa querelle linguistica che ha avuto come protagonisti da una parte il Museo Internazionale delle Arti Applicate Oggi, da me indegnamente diretto, e dall'altra Torino Sette, supplemento de La Stampa. Le espongo i fatti: nel titolo di un progetto grafico pubblicitario di una mostra mercato del Museo inviato a Torino Sette per essere pubblicato compariva, tra altre, la parola bigioie. Vocabolo subito giudicato come assolutamente inappropriato dalla redazione, che ne chiedeva la sostituzione.
Ora a noi sembrava evidente che trattandosi della pubblicità di un museo specializzato in arti applicate e design, quella parola, oltre a tutto accostata ad altre come babaci, giargiatule, galuperie — ci perdoni, siamo fatti così, un po' eccentrici e vernacolari — si riferisse chiaramente ai bijoux. Ma ammettendo pure, e non potremmo fare altrimenti, una certa maliziosa ambiguità semantica del termine, siamo certi che la sua pubblicazione avrebbe urtato la sensibilità dei lettori?
Viviamo infatti in tempi nei quali vengono sdoganate parole a nostro avviso ben più urtanti, mentre quella nostra bigioia è forse la modalità eufemistica più poetica e meno volgare che esista per indicare, qualora l'avessimo voluto fare, quella cosa là. Ci scusi, per averLa disturbata a proposito di una minuzia, ma terremmo molto a conoscere, per ragioni di cultura generale, il Suo parere très autorisé sulla vicenda».
Stupisco anch'io che nel vortice di parolacce che ci circondano, nei fiumi di insulti e oscenità insopportabili che ci sommergono, si faccia i ritrosi di fronte a una parola piemontese che non è volgare e tantomeno irriverente.
Il piemontese bigioia, accanto al significato di immagine di santo, santino, figura, raffigurazione, contempla l'accezione vereconda di vulva. Si tratta di aggraziato francesismo, fr. bijou.
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