Chi scappa si toglie la cappa (mantello)
Spesso (per non dire sempre), nel parlare e nello scrivere, adoperiamo parole di uso comune il cui significato nascosto non è sempre chiaro. Prendiamo, per esempio, il verbo scappare. Chi non conosce il significato scoperto?
Scappare significa — e lo sappiamo per pratica, per esperienza — allontanarsi velocemente per sfuggire qualcosa o qualcuno: i malviventi, vedendo la polizia, scapparono a gambe levate. Bene. Questo il significato scoperto. E quello nascosto? Quello, cioè, insito dentro la parola, più esattamente dentro il verbo? È più semplice di quanto si possa immaginare.
La persona che scappa, metaforicamente, si toglie la cappa (il mantello) per essere più libera nei movimenti. Sotto il profilo etimologico il verbo in questione è composto del prefisso sottrattivo s- più il sostantivo cappa e vale, appunto, toglier(si) la cappa per fuggire più rapidamente e per non farsi acchiappare per i lembi del mantello.
È proprio l’opposto di incappare che, come sappiamo, oltre a valere indossare la cappa, significa incorrere in pericoli, in insidie, in errori: incappò nei rigori della legge. Anche questo è un verbo parasintetico* derivando da un sostantivo con l’aggiunta di un prefisso.
Precisamente il sostantivo cappa e il prefisso in- e propriamente significa andare a cadere in qualcosa che avvolge come una cappa. Scappare, per assonanza, ci ha fatto venire alla mente il verbo scampare il cui significato è chiaro a tutti, vale a dire sfuggire a un pericolo, salvarsi, rifugiarsi: pochi scamparono dal naufragio; scampò in un paese straniero.
Anche questo verbo ha un significato nascosto: colui che scampa a un pericolo esce da un campo (di battaglia). È composto, infatti, con il prefisso s- e il sostantivo campo e propriamente vale uscire salvo dal campo (sottinteso di battaglia). Quanto all’ausiliare, a seconda del contesto, può prendere tanto essere quanto avere.
* In linguistica si dice parasintetica una parola (verbi soprattutto) derivata da un sostantivo con l’aggiunta di un affisso (prefisso o suffisso).
Misaoginia, misandria
Ci scrive Marino L, da Lucca: «Cortese dr Raso, sarò telegrafico. Esiste un antonimo di 'misoginia'? Come si chiamano, insomma, le donne che odiano gli uomini? Grazie»
Sì, gentile amico, esiste: misandria. Veda questo collegamento: Wikipedia - Misandria
La tmesi
Non crediamo di sbagliare se diciamo che l’argomento di cui vogliamo parlare in queste noterelle non sempre è trattato dai sacri testi, e se lo trattano non lo affrontano con la dovuta partecipazione. Intendiamo parlare della tmesi.
Non crediamo, anche, di peccare di presunzione se scriviamo che la quasi totalità delle persone, pure quelle così dette acculturate, non hanno mai sentito parlare del termine in questione che, al contrario, dovrebbe essere sulla bocca di tutti, soprattutto sulla bocca di coloro che — dalle colonne dei giornali — si piccano di fare la lingua. Vediamo, dunque, di cosa si tratta.
Con il suddetto vocabolo di origine greca, τμ ῆσις (tmèsis, taglio), derivato da una radice di τέμνειν (tèmnein, tagliare), si designa, in linguistica, la separazione di due elementi solitamente uniti in un’unica parola o la divisione di due parole che costituiscono un nesso unitario mediante interposizione di altri elementi come, per esempio, aggettivo più sostantivo, verbo servile più infinito, ausiliare più participio passato.
La tmesi si adopera, particolarmente, nella metrica e in questo caso consiste nella spezzatura di una parola in fin di verso, ottenuta, per lo più, ripristinando l’antica autonomia delle sue componenti, come ci chiarisce un bellissimo esempio di Giovanni Pascoli (La via ferrata, I-2): «Tra gli argini su cui mucche ‘tranquilla’ / ‘mente’ pascono». La tmesi si ritrova, sopra tutto (ecco un altro esempio di tmesi), nella lingua letteraria dei secoli passati (Settecento-Ottocento) e si ha tra il sostantivo e l’aggettivo.
Alcuni esempi renderanno, come il solito, tutto più chiaro. E li prendiamo da alcuni grandi, rispettivamente il Parini e il Foscolo: «Le ‘gravi’ per molto adipe ‘dame’» (“La notte”) e «‘Questa’ / ‘bella’ d’erbe ‘famiglia’ e d’animali» (“Sepolcri”). Come si evince dagli esempi l’ordine logico-naturale dovrebbe essere aggettivo più sostantivo: gravi dame e bella famiglia. Nella tmesi, invece, il nesso naturale viene spezzato mediante l’inserimento di altri elementi.
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