Mafioso? Sciccoso...
Lo sapevate che il termine mafia quando nacque non aveva l’attuale accezione negativa di «unione di persone di ogni grado, di ogni professione, d’ogni specie, che senza aver nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre riunite per promuovere il reciproco interesse, senza aver rispetto né per la legge né per la morale»? Vediamo la sua cronistoria linguistica attraverso le parole di Gianfranco Lotti.
Parola di oscura origine variamente interpretata. Vi fu chi la ritenne affine al francese settentrionale mafler, mangiar molto, ingozzarsi (a sua volta derivato dall’olandese mafflen, masticare) e chi la considerò proveniente dal toscano smàferi, sgherri. Un missionario cappuccino, che si interessò alla questione, vide in mafia chiare connessioni con tre vocaboli arabi: mohafat, difendere, hofuat, la miglior parte di una cosa e mohafi, amico riconoscente. Anche altri cercarono nell’arabo la matrice, ma proposero mahefil, adunanza, luogo di convegno; oppure mahias, millanteria.
Capuana, in una conferenza ebbe a chiarire: «mafioso una volta non era un ladro, né molto meno un brigante. (...) Mafioso significava qualcosa di grazioso e gentile... mafiosa veniva chiamata una bella ragazza, mafioso qualunque oggetto che i francesi direbbero ‘chic’... oggi mafia e mafioso non sono più niente di tutto questo».
Vediamo ciò che dice anche Ottorino Pianigiani, cliccando su: Etimo.it - mafia
Nella comunità rurale le radici di una lingua imperiale
Ci stiamo avviando ad avere una lingua universale, e lo è ormai diventato l'inglese. Ma quale italiano del Cinquecento, quand'era la nostra ad avere in Europa il maggior prestigio, avrebbe mai immaginato che una lingua nota quasi a nessuno oltre Manica, avrebbe potuto diventare idioma di diffusione planetaria? Il fatto è che in questi campi previsioni non se ne possono proprio fare mai.
Basta pensare alla storia dell'antica Roma, e alla nostra culla latina, che ha dato origine alle lingue romanze (o neolatine, come si dice), dal portoghese, allo spagnolo, al francese, all'italiano, al romeno. Chi poteva immaginare che un popolo di pastori e di contadini, che un gruppo così poco espanso sul territorio dovesse in seguito fondare un impero dodici volte più grande della Francia di oggi?
Se si torna ai tempi (lo raccontava, con l'efficacia che gli era solita, Giacomo Devoto nel suo volume Il linguaggio d'Italia) in cui al di là del Tevere si parlava etrusco, sui colli Albani si parlava il volsco, lingua che rimane in uso fino al III sec. a.C., ed il territorio dove si parlava il latino era ristretto a un'area inferiore all'odierno territorio comunale di Roma, si fa una certa fatica a immaginare l'enorme espansione sul territorio europeo di questo latino.
C'è da dire però che, pur diventando la lingua di un impero enorme, ha conservato tuttavia nei secoli le sue parole legate al lavoro della terra, alla piccola comunità rurale da cui era partita. Dal mondo rurale viene per esempio pecunia, da pecus, bestiame, che ci rimanda alla fase arcaica del baratto, prima che si introducesse la moneta; e ci viene egregius scelto dal gregge, o aggregare, aggiungere al gregge, quindi riunire, o cancellare mettere graticci, sbarrare, passato poi all'ambito scolastico (coprire con sbarrette, con segni obliqui, tratteggiare una sorta di cancello sulle parole da eliminare).
Questa lingua imperiale non si è mai liberata dalle sue pecore e dalle sue capre. Pensiamo all'origine della stessa numerazione latina: «Alle origini molto remote di questo sistema — fa osservare una linguista francese, Henriette Walter -, bisogna immaginare i pastori romani che registravano il numero delle capre facendo delle tacche su un bastone di legno: una per la prima capra, un'altra per la seconda, e così di seguito. Ma poiché la percezione immediata dell'occhio umano generalmente non supera quattro elementi separati, l'incisione corrispondente alla cifra cinque doveva essere un po' diversa. Sarebbe questa l'origine di V per 5, e di X per 10».
Usi erronei dei verbi ausiliari
Tutti dovremmo sapere che — stando alla regola generale — i verbi transitivi, nella forma composta attiva prendono l’ausiliare avere (ho amato), in quella del passivo l’ausiliare essere (sono lodato).
Gli intransitivi, avendo soltanto la forma attiva, prendono ora l’ausiliare avere (ho dormito), ora l’ausiliare essere (sono partito) secondo l’uso comune. Solo un buon vocabolario potrà sciogliere i dubbi che possono di volta in volta insorgere a tale riguardo.
Nonostante ciò ci capita di leggere sulla stampa frasi in cui l’uso dell’ausiliare è errato. Vediamo, piluccando qua e là, alcuni esempi in cui l’ausiliare è, per l’appunto, errato; in corsivo l’ausiliare errato, in parentesi quello corretto.
Una immensa folla ha affluito (è affluita) in piazza S. Pietro per ascoltare le parole del Pontefice; dopo l’incidente il treno è (ha) deviato presso la stazione più vicina; l’incendio, che ha (è) divampato rapidamente, ha impegnato per molte ore i vigili del fuoco; le Frecce Tricolori sono sorvolate (hanno sorvolato) su piazza del Popolo; la notizia clamorosa dell’arresto eccellente ha dilagato (è dilagata) rapidamente per tutta la città; l’operazione di polizia ha avuto luogo appena ha (è) annottato; il ragazzo stava per morire dissanguato perché il sangue aveva (era) fluito dalla ferita per parecchie ore.
Potremmo continuare ma ci fermiamo qui. Un’ultima annotazione. Per l’uso corretto degli ausiliari è bene consultare più vocabolari: molto spesso uno contraddice l’altro. Se due su tre concordano...
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