Il pronome

Due parole, due, sul pronome riflessivo perché non sempre è adoperato correttamente.
Innanzi tutto si scrive sempre con l’accento, anche quando è seguito da stesso o da medesimo e si riferisce solo al soggetto (sia singolare sia plurale) della proposizione.
Quando non è riferibile al soggetto va sostituito con lui, lei, loro, secondo i casi; diremo o scriveremo, quindi che «il bambino già si veste da sé» e che «la mamma ha voluto che i figlioli andassero con lei».
Quando il soggetto è plurale, secondo alcune grammatiche, il può essere sostituito con loro; lo deve essere sempre, invece, quando si vuole indicare un’azione reciproca.
Sono errate, per tanto, alcune frasi che abbiamo estrapolato dalla stampa: «Il cantante, attesissimo, non sapeva che tutti parlavano di sé»; «Il mondo andrebbe meglio se gli uomini si amassero e parlassero di più tra sé».

26-12-2015 — Autore: Fausto Raso — permalink


Il precario

Avreste mai immaginato che le persone che hanno un impiego così detto precario, cioè non fisso, sono — stando alla lingua — le più religiose in quanto trascorrono (o hanno trascorso) il tempo in preghiera? Sì, perché precario si potrebbe definire “colui che prega” derivando dal latino precari (pregare). Se apriamo un qualsivoglia vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: “di breve durata, non stabile, provvisorio”.
Perché, dunque, questo significato? Perché l’aggettivo precario, insomma, sotto il profilo etimologico è il latino precariu(m), tratto da precari (implorare, pregare, appunto), a sua volta derivato di prex, precis (preghiera); alla lettera: ottenuto con preghiera. E le cose ottenute tramite preghiera, supplica, si sa, non durano molto.
Di qui il significato di instabilità, provvisorietà. A questo punto riteniamo sia meglio dare la parola a Cesare Marchi, che spiegherà più approfonditamente (e molto meglio di chi scrive) la “storia” di questo aggettivo che vorremmo — per miracolo — non fosse più attestato nei vocabolari.
«Supponiamo che il proprietario d’una casa, d’un podere, ne conceda l’uso a terzi, a una condizione: che la concessione può essere da lui revocata in qualsiasi momento. In questo caso l’usufruttuario gode di un possesso che non è sancito da un preciso diritto, ma dipende dalla volontà del proprietario, da un suo favore. Diremo perciò che quel possesso è precario. Dal verbo latino precari, che affonda la sua radice in prex, preghiera: cosa ottenuta con preghiera, concessa per grazia. Si tratta, in altre parole, di una cosa revocabile a discrezione altrui, donde, per estensione, i significati derivati di: incerto, temporaneo, provvisorio, transitorio, instabile, insicuro, occasionale, effimero, avventizio. Avventizi (dal latino adventicius, che si aggiunge, quindi occasionale, provvisorio, ndr) si chiamavano una volta gli impiegati assunti in prova negli uffici pubblici, ma non ancora inseriti nei ruoli. Adesso hanno preso il nome di precari, ma la cosa non cambia.
Cambia solo il numero, perché sono legioni, ogni anno più affollate e irrequiete, di gente che chiede un rapporto di lavoro stabile, a tempo indeterminato (ecco perché ci auguriamo che precario scompaia dai vocabolari, ndr). Anche se non hanno studiato il latino, avvertono la pericolosità di quel precarius, generato dalla prex, dalla preghiera, dal favore. Perciò si agitano affinché il loro diritto al lavoro non sia affidato all’alea d’una prex, ma garantito dalla forza della lex.
E se lo Stato, per ragioni di bilancio, esita ad accontentarli, fanno scioperi issando striscioni contenenti
imprecazioni contro il governo. Che sono preghiere capovolte: dal latino imprecari, pregare contro. Il giorno dopo, i giornali deprecano (sempre il latino de-precari, disapprovare, ndr).
Alla stessa famiglia lessicale appartengono facendo un passo indietro di millenni, i proci, nobili giovanotti di Itaca e dintorni che si erano allegramente sistemati nella casa dell’assente, e oramai creduto morto, Ulisse, aspettando che Penelope si decidesse a scegliere come sposo uno di loro. Proco, da prex, che prega una donna di sposarlo. In senso dispregiativo, il proco è un seduttore, un adulatore. Ricordiamo uno sfogo del Carducci: “Feci diventar bianco come questo foglio e balbettare e ritirarsi come una femminuccia bigotta un garibaldino passato a destra, professore di clinica medica all’Università di Roma, deputato, padrone di tutto, ganimede e proco di tutti i ministri”. Da proco a procace il passo è breve. Procace è una donna di prorompente sensualità e provocante impudicizia. Anch’essa contiene il concetto di prex, preghiera. Ma più che chiedere, offre

Etimo.it - precario

19-12-2015 — Autore: Fausto Raso — permalink


L'affezione

Il cortese lettore A. L. di Nuoro si domanda e ci domanda se esista una relazione etimologica tra l’affezione intesa come «stato morboso, patologico» (affezione intestinale, per esempio) e quella intesa come «affetto, tenerezza, disposizione positiva (verso qualcuno), sentimento».
Questo stesso termine, insomma, come può indicare due concetti apparentemente in antitesi? Esiste, quindi, una relazione etimologica tra le varie accezioni del termine che ha permesso, appunto, una divaricazione semantica del vocabolo?
Certamente, gentile amico. Lo stesso quesito ci è stato posto da un altro lettore qualche mese fa, ma lo riproponiamo. L’affezione è, dunque, il latino affectione(m), un derivato di afficere, composto con ad e facere (toccare, impressionare, influire).
Nel primo caso, per tanto, l’affezione tocca, impressiona, influisce sul nostro corpo determinando uno stato morboso, patologico (affezione intestinale, appunto); nel secondo caso l’affezione impressiona, tocca, influisce sul nostro spirito, sul nostro animo dando vita a quel «sentimento di viva benevolenza, attaccamento a una persona o a una cosa».
Da notare, a questo proposito, che l’affezione intesa come sentimento esprime minore intensità che affetto, quantunque abbiano in comune la medesima origine. Nei confronti di una persona, insomma, è meglio nutrire un certo affetto che non una certa affezione, anche per non dare adito a... equivoci semantici.

14-12-2015 — Autore: Fausto Raso — permalink




I nostri siti
En français
In english
In Deutsch
En español
Em portugues
По русски
Στα ελληνικά
Ën piemontèis
Le nostre applicazioni mobili
Android