Essere un (o fare il) gaglioffo

Ciò che avete appena letto non è propriamente un modo di dire; trattiamo l’espressione perché ci è stata richiesta dal cortese lettore A.R. di Mentana il quale desidera conoscere, particolarmente, la provenienza di... gaglioffo.
Se apriamo un qualunque vocabolario possiamo leggere alla voce in oggetto: «di persona buona a nulla, goffa e ridicola in tutto ciò che fa» e, anticamente, «mendico, pezzente, furfante, manigoldo». In origine, quindi, il termine aveva l’accezione primaria di mendicante e attraverso vari passaggi semantici ha acquisito il significato odierno di cialtrone, buono a nulla. Vediamo, assieme, questi passaggi.
L’opinione corrente comune è che il vocabolo sia un incrocio di gagliardo e goffo (gagli-goffo). L’origine più verosimile, a nostro modesto parere, è invece il francese galli e offa, vale a dire il tozzo del gallo (cioè del francese).
Così era chiamata l’elemosina (offa) che si dava nei monasteri ai francesi che si recavano in pellegrinaggio a S. Jacopo di Galizia. Coloro che ne usufruivano erano detti, quindi, gaglioffi.
Il termine, con il trascorrere del tempo, ha acquisito, per tanto, l’accezione di mendicante, pezzente; poi, per corruzione semantica, ha finito con l’acquistare il significato di poltrone, balordo e via dicendo fino ad arrivare a quello odierno di cialtrone, buonannulla.

12-12-2015 — Autore: Fausto Raso — permalink


Giovanni con Daniela passeggiavano in giardino

Il lettore Salvatore di Enna ci scrive di aver letto su un periodico una frase che lo ha lasciato interdetto: «Giovanni con Daniela passeggiavano nel giardino della loro villa». Quel passeggiavano non è un errore – domanda il lettore – visto che il soggetto (Giovanni) è uno? No, cortese amico, la frase è perfettamente in regola con le... regole della nostra lingua. Vediamo.

La norma stabilisce, dunque, che il verbo concorda con il soggetto nel numero e nella persona: io dormo; tu cammini; noi leggiamo; essi cantano. Se una proposizione (o frase) ha due o più soggetti il verbo si mette – generalmente – nella forma plurale: Pasquale e Carlo erano amici d’infanzia. Questa la legge generale. Esiste, tuttavia, una deroga a questa legge linguistica.
Il verbo può avere tanto la forma singolare quanto quella plurale nei seguenti casi:
1) quando il soggetto è rappresentato da un nome collettivo seguito da un complemento di specificazione: un gruppo di scolari partì / partirono per una gita;
2) quando i soggetti sono separati tra loro dalle congiunzioni disgiuntive o, oppure, né: né l’amore né la persuasione è / sono bastati a convincerlo;
3) quando i soggetti sono riuniti dalla preposizione con (ed è il caso che interessa al nostro amico lettore): Giovanni con Daniela passeggiava / passeggiavano in giardino;
4) quando i soggetti inanimati (non persone o animali, quindi) sono considerati un tutt’uno, allorché esprimono, insomma, un’unica idea: l’amore e la comprensione del padre fu / furono determinanti;
5) quando i soggetti si intendono riferiti a uno stesso verbo: tuoni, fulmini, grandine si abbatté / abbatterono sul paese.

Un’ultima annotazione, cortese Salvatore. Quando i soggetti sono di genere diverso il verbo si pone nella forma plurale maschile: Pasquale, Caterina e Giancarlo furono rimproverati dal direttore. Se si tratta però, di soggetti inanimati, vale a dire di cose, il verbo può concordare con il soggetto più vicino: aerei e navi furono avvistati / avvistate. In questo caso si dice, in linguistica, accordo per attrazione. È lo stesso caso, insomma, della costruzione a senso, chiamata sillessi.

06-12-2015 — Autore: Fausto Raso — permalink


Marcare visita

Il treno, fermo alla stazione del paesino, stava per partire; il capostazione aveva già dato il fischio quando, trafelato, giunse il padre di Armandino: «Tieni — disse al figliolo — ti ho portato parecchie marche, ti saranno utili non appena giungerai in caserma; potrai subito marcar visita e ottenere, probabilmente, un periodo di riposo assoluto così la mamma sarà più tranquilla; temporaneamente...». Non sapeva, il padre — che non aveva servito la Patria — che le marche non hanno nulla che vedere con l’espressione marcare visita che — nel gergo militare — significa darsi malato; anche se, per la verità, una certa parentela con la marca — nell’accezione che tutti conosciamo — si può provare. Per farlo occorre prendere il discorso alla lontana.

La marca, cioè il bollo che si applica sui documenti per comprovare il relativo pagamento di una tassa, viene dal tedesco Marka che significa segno. Il verbo marcare, cioè contrassegnare con marca, bollare, annotare, segnare viene, infatti, dalla voce teutonica Marka.

Tornando alla locuzione marcar visita, sembra che derivi dall’espressione piemontese marché a liber (scrivere sul libro).  Coloro che hanno svolto il servizio militare sanno che ogni mattino il caporale di giornata passa per le camerate con il registro sul quale annota (marca, segna) i nomi dei militari che sono malati e chiedono, quindi, la visita medica.

Marcare visita, perciò, pur venendo da un’espressione dialettale piemontese può — come dicevamo all’inizio — avere una certa parentela col germanico Marka.

05-12-2015 — Autore: Fausto Raso — permalink




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