L'articolo? Alcune volte è superfluo
L'articolo, come recitano i vocabolari e le grammatiche, è quella parte variabile del discorso che determina e distingue il nome o il pronome a cui è unito. Alcune volte, però, il suo uso è superfluo e va a discapito della scorrevolezza dei nostri scritti: sta alla nostra sensibilità linguistica, dunque, l'uso dell'articolo.
Vediamo, piluccando qua e là, alcuni casi in cui l'articolo (superfluo) appesantisce il discorso. In corsivo l'articolo superfluo.
L'oratore ha parlato in un modo meraviglioso; nel nostro Paese la caccia è quasi esclusivamente praticata allo (a) scopo di diporto; l'insegnante aveva da fare con degli alunni incorreggibili; l'uomo rapito e tenuto prigioniero per sei mesi non ebbe che del pane e dell'acqua; il giovane arrestato ha confessato ai giudici delle cose da fare inorridire; quel ragazzo aveva delle orecchie enormi, che lo rendevano veramente ridicolo; gli ospiti stranieri hanno voluto rendere un omaggio ai nostri Caduti; tutto ciò fu una mera illusione.
Un che ambiguo
Il pronome relativo “che“ non collocato al posto giusto nel corpo della proposizione può creare ambiguità (nel gergo linguistico questo processo si definisce anfibologia e i giornali, purtroppo, sono maestri in questo campo.
Vediamo, dunque, piluccando qua e là dalla stampa, come consuetudine, alcuni pronomi che mal collocati. In corsivo i che errati e in parentesi quelli messi al posto giusto.
Il generale che stimò di più Napoleone (che Napoleone stimò di più) fu Massema; lo scopo che si prefigge l'inchiesta (che l'inchiesta si prefigge) è di scoprire, naturalmente, il colpevole; dentro la gabbia c'era il cagnolino che prediligeva il bimbo (che il bimbo prediligeva): un barboncino bianco; i fiori che coltivano i giardinieri (che i giardinieri coltivano) con maggiore cura sono le rose e i garofani; la belva che aveva ucciso il cacciatore (che il cacciatore aveva ucciso) era una magnifica tigre.
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Trovare il diavolo nel catino
Gli amici lettori non più tanto giovani conosceranno senz'altro questa locuzione adoperata — un tempo — per mettere in evidenza il fatto che una persona è arrivata tardi a un appuntamento e non può più fruire di un beneficio, ma, soprattutto, il fatto che non è arrivata puntuale a un... appuntamento culinario e resta, quindi, a... bocca asciutta. L'espressione è tratta, infatti, da un'usanza culinaria del mondo contadino.
Nei tempi passati, il fondo di insalatiere, zuppiere e simili, chiamate genericamente catini, era decorato con la figura del diavolo.
Dato che tali stoviglie erano adoperate dai contadini — molto spesso — come piatti di portata, arrivare a tavola e vedere il... diavolo significava trovare il piatto vuoto e, quindi, non trovare più nulla da mangiare.
Dal mondo contadino la locuzione si è estesa, in senso figurato, a vari campi con il significato, appunto, di arrivare troppo tardi e di non godere, per tanto, dei benefici sperati.
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