Tenere il campanuzzo
Chissà quanti nostri lettori — pur non conoscendo questo modo di dire — nel corso della loro vita lavorativa e no lo hanno messo in pratica.
Si dice tenere il campanuzzo, infatti, riferito a tutti coloro che vogliono primeggiare in qualcosa, ma soprattutto si adopera nei confronti di coloro che occupano un posto di comando.
La locuzione, ci sembra evidente, è un traslato delle confraternite religiose nelle quali il priore regola tutto a suon di campanuzzo e tutti, naturalmente, obbediscono.
Il modo di dire è ben visibile nella quarta novella della prima cena del Lasca dove, in proposito, possiamo leggere: «Ora accadde che, sendo per la prima volta invitato un giovine, amico di tutti, Dionigi nominato, senza esser poi da nessun altro stato rinvitato, non lasciava mai di non rappresentarsi; e per sorte era il più ignorante e prosuntuoso giovane di Firenze, e colui che i più deboli e sciocchi ragionamenti aveva che uomo del mondo; e per dispetto sempre tener voleva il campanuzzo in mano (...)». • Lasca»
Il piroconofobo
Con l'avvicinarsi dell'estate è utile rifornirsi di un piroconofobo (o piroconofobi).
Ecco, se non cadiamo in errore, un altro sostantivo “snobbato" dai dizionari dell'uso. Ma che cosa è?
È un “aggeggio", a forma di cono, che serve per combattere gli insetti, in particolare le zanzare. Si può trovare, comunque, cliccando qui.
Essere come il latte di gallina
Questa locuzione di uso raro — probabilmente sconosciuta ai più — si adopera quando si vuol mettere in particolare evidenza il fatto di essere in possesso di una cosa rarissima, praticamente introvabile e, sempre in senso figurato, si definisce latte di gallina un cibo o una bevanda squisita e molto rara.
Il modo di dire era già in uso nel mondo classico; lo si trova, infatti, in Aristofane che definisce latte di gallina (c'era anche la variante latte di pavone) una cosa molto ambita, rara e preziosissima.
Da questa espressione è nata — per la cronaca — una bevanda simile allo zabaione, composta di latte, uova e zucchero — chiamata, appunto, latte di gallina — cui si può aggiungere dell'acquavite o del vino secco. Ma non è finita.
Hanno lo stesso nome una diffusa pianta selvatica della famiglia delle Gigliacee, con fiori bianchi disposti a ombrello, e un ottimo decotto di crusca.
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