Essere e avere: il loro uso corretto

I verbi essere e avere hanno una coniugazione propria (non appartengono alla prima coniugazione, né alla seconda né alla terza) e sono chiamati verbi ausiliari perché sono di aiuto agli altri verbi per la coniugazione dei tempi composti; molto spesso, però, siamo in dubbio su quale dei due ausiliari adoperare.

Non è possibile stabilire una regola precisa, è indispensabile, quindi, consultare un buon vocabolario.

Possiamo dire però, in linea di massima, che l'ausiliare essere si adopera con i verbi impersonali, con i riflessivi e per la forma passiva dei verbi transitivi.

Avere, invece, si usa con i verbi intransitivi che indicano un movimento o moto fine a sé stesso (ho volato, ho camminato, ho corso), con quelli intransitivi che indicano un'attività dello spirito e del corpo (ho pensato, ho dormito) e per formare i tempi composti di tutti i verbi transitivi (ho letto una poesia).

Da notare, a margine di queste noterelle, che l'uso dell'uno o dell'altro ausiliare fa cambiare il significato al verbo principale: ho mancato (ho commesso una colpa), sono mancato (non ero presente).

11-09-2020 — Autore: Fausto Raso — permalink


Guardare

Due parole sulla corretta grafia dei sostantivi composti con il verbo guardare: guardacaccia (e simili). Molti ritengono, erroneamente, che i nomi di questo tipo sono formati con “guardia" e “caccia" e scrivono, per tanto, guardiacaccia. No, assolutamente, la vocale i, al centro della parola, è abusiva.

Si tratta di un nome composto con un verbo (guardare) e un sostantivo (caccia). Diremo e scriveremo, quindi, guardacaccia, guardaspalle, guardalinee, guardaportone, guardaparco, guardafilo e via discorrendo.

La sola eccezione dovrebbe essere “guardiamarina", dove i componenti sono il sostantivo guardia e l'aggettivo marina.

Il termine, oltre tutto, è pari pari lo spagnolo guardia marina, trasportato nel nostro idioma in grafia univerbata. Negli altri casi, come abbiamo visto, è presente il verbo guardare nel senso di vigilare.

10-09-2020 — Autore: Fausto Raso — permalink


Prendere un granchio a secco

La locuzione trattata tempo addietro, prendere un granchio, ci ha richiamato alla mente quest'altra, prendere un granchio a secco.

Questo modo di dire, indubbiamente poco conosciuto, e di conseguenza raramente adoperato, si usa — come spiega il lessicografo Pietro Giacchi — allorché si vuole mettere in risalto il fatto che una persona è rimasta con il dito schiacciato tra due corpi, in una sorta di morsa.

Non vi è mai capitato, cortesi amici, di prendere un granchio a secco, di rimanere, cioè, con un dito schiacciato tra lo stipite e la porta?

Ma vediamo come spiega il Giacchi l'origine dell'espressione: «I granchi stanno più spesso sott'acqua, ed allora si pigliano dalla parte di dietro senza pericolo d'offesa; ma qualora ridotti alla lor buca asciutta mordono la mano che colà si caccia, da che abbiamo le due branche mordenti di rimpetto ai diti che s'avanzano».

09-09-2020 — Autore: Fausto Raso — permalink




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