Mettersi di punta

Chi non conosce questo modo di dire — adoperato a ogni piè sospinto — che significa essere decisi a portare a compimento una determinata cosa, costi quel che costi”?

L’espressione, usata in senso figurato, fa riferimento alla  punta della lancia: come se la cosa da affrontare fosse un nemico davanti al quale ci si presenta con la punta della lancia.

La locuzione si adopera anche — sempre in senso figurato — riferita a persone che agiscono con accanimento, spinte da un puntiglio, un risentimento e simili.

In questo significato l’espressione è simile all’altra: prendere di punta, vale a dire trattare qualcuno in modo brusco, quasi lo si sfidasse a un duello con la lancia.

27-11-2014 — Autore: Fausto Raso — permalink


Usi erronei della preposizione di

Due parole, due, sull’uso erroneo della preposizione di che va sostituita con altre che fanno alla bisogna. Come il solito pilucchiamo qua e là mettendo in corsivo la preposizione errata e in parentesi quella appropriata.

Gentile amico, voglia onorare la cerimonia di inaugurazione del locale della (con la) sua presenza; quel fanciullo è solito di (a, ma meglio ancora senza alcuna preposizione) piangere per un nonnulla; il due novembre tutti i cristiani recitano le preghiere dei (per i) morti; alla fine dello spettacolo nessuno poté trattenersi di (dall’) applaudire; il giovinetto, anche se preso sul fatto, si guardò bene di (dall’) ammettere la sua colpevolezza; stia tranquillo, gentile cliente, il nostro personale farà  tutto il possibile di (per) accontentarla; la grande sala era pavimentata di (con) marmi di vari colori; di tanto in tanto gli ingranaggi vanno unti di (con) grasso; il bel viale è fiancheggiato di (da) platani maestosi; la gente cominciò a spazientirsi di (da, per) così lunga attesa;  quel povero barbone era sfinito di (dalla) fame.

22-11-2014 — Autore: Fausto Raso — permalink


La tassonomia

Si tranquillizzino i cortesi lettori, non abbiamo intenzione alcuna di angosciarvi trattando di tasse o della legge finanziaria, per questo bastano i vari radiotelegiornali che, implacabili, entrano nelle nostre case proprio quando avremmo un gran bisogno di rilassarci dopo una giornata faticosa, seduti davanti a una tavola imbandita a gustarci un buon piatto. No, state tranquilli.
Vogliamo parlarvi di un argomento che non tutti i sacri testi grammaticali riportano — essendo riservato agli addetti ai lavori — che va sotto il nome di tassonomia (Dizionari Repubblica.it - tassonomia) e che, ripetiamo, non ha nulla che vedere con le tasse.
La tassonomia, dunque, è quella branca della linguistica che si occupa del genere dei sostantivi in base alla loro appartenenza a questo o a quel settore delle classificazioni  delle nozioni comuni, in assenza di ogni riferimento a un genere reale: non c’è un motivo che potremmo definire logico per cui, ad esempio, i sostantivi oro e mano debbano essere di genere, rispettivamente, maschile e femminile, se non il fatto che il primo proviene dal neutro latino aurum e il secondo ha conservato il medesimo genere che aveva in latino.
Insomma, il genere vero e proprio dei sostantivi non è motivato in quanto corrispondente al sesso; occorre distinguere, quindi, il genere vero, reale da quello grammaticale, dovuto a una convenienza e privo, per tanto, di corrispondenza nel mondo extralinguistico.
Premesso ciò, solo l’uso e la tradizione linguistica, e non già una loro ipotetica femminilità o mascolinità stabiliscono, per esempio, che siano di genere femminile  tavola, fede, conchiglia e maschili, invece, teorema, vestito, orologio, indice. Come si può notare facilmente, quindi, non sempre le desinenze permettono di stabilire la sessualità del sostantivo.
E qui interviene, appunto, la  tassonomia, ossia — come dicevamo — l’appartenenza del nome a quel settore delle classificazioni e delle nozioni di uso comune. In base a questa classificazione tendono a collocarsi nel genere femminile i nomi dei frutti: la mela; la banana; la pesca; la ciliegia ecc. Al genere femminile dei frutti corrisponde, solitamente, il genere maschile dell’albero dal quale provengono: il melo; il pero e via discorrendo. Fanno eccezione i nomi dei frutti esotici che sono, per lo più, maschili: il mango; il cachi; l’ananas; l’avocado.
Si collocano, altresì, al genere femminile, prevalentemente, i nomi di isole, di città, di regioni, di stati, di continenti: la Sicilia; l’Africa; la Francia; la Torino; la Cosenza. A questo proposito è interessante notare il fatto che anticamente la sessualità delle città era determinata dalle desinenze: maschili le città il cui nome finiva in -o (il Palermo; il Torino; il Catanzaro); femminili le città che terminavano in -a (la Venezia; la Roma; la Genova). Non  mancano, in proposito, esempi letterari di grandi, ne citiamo uno per tutti, Alessandro Manzoni: «In un Milano, bisogna dirla, c’è ancor del timore di Dio» (Promessi Sposi, XVI, 48). E le città che finiscono in -i? Il mio Napoli o la mia Napoli?
Ecco, dunque, l’importanza della tassonomia. Si è stabilito che tutte le città, naturalmente con le dovute eccezioni (vedi Il Cairo), siano di genere femminile in quanto si sottintende che il nome della città sia preceduto dal sostantivo città: la (città di) Napoli; la (città di) Firenze; la Cuneo; la Ferrara.
L’argomento, gentili amici, è molto più vasto e non si può esaurire in poche righe. Questo è solo un “assaggio”. Ne riparleremo.

15-11-2014 — Autore: Fausto Raso — permalink




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