Alcuni errori di uso comune
Riteniamo di fare cosa utile (e gradita) riportare — così come ci vengono alla mente, senza un nesso logico — alcuni errori di uso comune affinché coloro che ci onorano della loro attenzione e che amano il bel parlare e il bello scrivere ne prendano coscienza e li evitino (anche se molti errori hanno il beneplacito delle così dette grandi firme del giornalismo). Vediamo.
Fra, troncamento di frate (fra-te), si scrive senza accento e senza apostrofo: fra Giovanni; fra Cristoforo; fra Galdino. Alcuni vocabolari permissivi ammettono l’apostrofo: snobbateli.
Complementarità, senza la e (non complementarietà, quindi), perché deriva da complementare; varietà, con la e, perché viene da vario. Deducete voi, amici, la regola empirica.
Il comparativo di male è peggiore; è errato, per tanto, dire più male. Quest’ultima forma (più male) esiste ma si adopera solo quando male è in funzione di sostantivo: ha fatto più male lui all’azienda che non cento impiegati.
Intra-, prefisso di parole composte, non vuole il raddoppio della consonante che segue (al contrario di infra-): intravedere (errato intravvedere, anche se alcuni vocabolari...).
E finiamo con terraqueo che non è grafia errata, come molti sostengono, anzi è da preferire a quella ritenuta più corretta, terracqueo, perché riflette la provenienza latina.
La tassonomia
Riprendiamo il discorso sulla tassonomia cominciato tempo fa. In quelle noterelle avevamo dimenticato di dire che il termine è un prestito del linguaggio scientifico perché con tassonomia si intende una branca della storia naturale che studia la classificazione degli esseri viventi e dei fossili, dal greco τάξις (taxis, ordine) e νόμος (nomos, legge).
La tassonomia linguistica si potrebbe definire, quindi, la scienza che studia il sesso dei sostantivi in base alla loro collocazione nei vari settori. In base a questa classificazione, contrariamente al buon senso, tendono a collocarsi nel genere femminile i nomi militari che indicano mansioni: guardia; ronda; pattuglia; sentinella e via dicendo.
Ma perché proprio femminili dal momento che queste mansioni erano svolte, fino a qualche anno fa, esclusivamente dagli uomini? Perché, fa notare il linguista Bruno Migliorini, il loro genere è dovuto al valore astratto-collettivo della funzione che questi sostantivi designano, valore che, per l’appunto, la tassonomia lo preferisce rappresentato dal femminile.
Sono altresì di genere femminile i nomi di nozioni astratte, di discipline, di scienze: la bontà, la fiducia; la pace; la grammatica; la geografia, l’informatica (oggi tanto di moda); la passione; la collera ecc. Ma anche in questo settore non mancano le eccezioni come si può notare dal fatto che accanto a molti nomi femminili ci sono sinonimi maschili: allegria/buonumore; giustizia/diritto; discordia/disaccordo; passione/amore e altri che ora non ci sovvengono.
Per quanto riguarda il sesso degli alberi avevamo visto, precedentemente, che questi tendono a collocarsi nel genere maschile, anche se non mancano numerosi alberi orgogliosi della loro femminilità: la vite; la quercia; la betulla; la palma; la sequoia; la magnolia.
Per quanto attiene, infine, al genere del frutto degli alberi della vite, della palma e della quercia — l’uva, il dattero e la ghianda — è interessante notare che il loro nome non si forma dalla medesima radice del nome dell’albero come avviene, per esempio, per castagno/castagna; ciliegio/ciliegia e dunque il loro sesso non è stato vincolato dall’opposizione albero (maschile) / frutto (femminile), come prevede, di norma, la tassonomia.
La vite, tra l’altro, ha conservato lo stesso genere del latino vitis perché nel passaggio dal latino al volgare (l’italiano) i parlanti l’hanno sentita — per il suo aspetto e per il tipo di coltivazione in filari e pergolati — più come pianta che come albero. Ed ecco spiegato il motivo per cui — e rispondiamo al cortese lettore Valerio S. di Lecce — diciamo la vite e non il vite, pur trattandosi del nome di un albero.
Tendono a collocarsi nel genere maschile — e concludiamo queste noterelle — e sempre in base alla legge tassonomica i sostantivi indicanti preghiere perché molto spesso conservano il loro antico nome latino o lo affiancano a quello volgare, cioè all’italiano: il Credo; l’Angelus; il Gloria; il Te Deum; il Pater; il Requiem; il Salve. Quest’ultimo, talvolta, si può trovare anche nella forma femminile, come l’Avemmaria (che, però, è rigorosamente di genere femminile).
Essere un serpente di mare
Quest’espressione dovrebbe esser nota a coloro che si occupano d’informazione, in particolare ai giornalisti. La locuzione sta a indicare, infatti — come si può facilmente intuire — una notizia falsa, completamente inventata che, però, ha tutta l’aria della verità.
Il modo di dire — adoperato in senso figurato — si rifà al nome generico di serpenti di mare dato a leggendari animali marini dall’aspetto orribile, mostruoso, più simili ai draghi che ai serpenti.
Di qui, per l’appunto, l’espressione giornalistica per definire una notizia sensazionale ma che alla verifica si rivela completamente inventata.
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