Far lima lima
Ecco un altro modo di dire quasi sconosciuto ma messo in pratica inconsciamente quando si vuol deridere una persona. Chi «fa lima lima», dunque? La persona che vuole, per l’appunto, beffeggiare qualcuno.
Benedetto Varchi, nel suo Ercolano, così spiega la locuzione: «È un modo d’uccellare (deridere, ndr) in questa maniera: Chi vuole dileggiare uno, fregando l’indice della mano destra in sull’indice della sinistra verso il viso di colui, gli dice: lima lima aggiungendovi talvolta, mocceca o moccicane, o altra parola simile, come baggea, tempione, tempie grasse, tempie sucide, benché la plebe dice sudice. Credo che con quel “lima lima” si voglia dire al dileggiato, “rodi rodi”, ‘consumati entro te come fa la lima, buffone’».
Quanto al verbo uccellare per deridere, ci sembra evidente il fatto che il vocabolo è stato preso, in senso metaforico, dall’originario significato del verbo: tendere insidie agli uccelli per prenderli. Di qui il significato figurato di burlare, ingannare, canzonare, raggirare, gabbare, beffare.
Questo verbo, però, è bene precisarlo, è di uso esclusivamente letterario.
Il diavolo vuol papa Paolo
Questo modo di dire — probabilmente sconosciuto a buona parte dei gentili lettori — dovrebbe esser noto agli amici perugini e a quelli romani, sebbene con qualche sfumatura, in quanto il detto nato in terra d’Umbria è stato trasportato nella città dei Cesari. Ma cosa sta a significare? Che nella vita, a volte, per vivere in santa pace è necessario stridere e tacere.
Si dice, dunque, che questa locuzione sia nata a Perugia sotto il pontificato di Paolo III il quale, per tenere a bada gli abitanti di quella città (che tentavano di ribellarsi), fece edificare un’immensa fortezza che li dominava da tutte le parti: in questo modo ogni tentativo di sommossa era scongiurato.
Così sottomessi i Perugini dicevano a denti stretti: «Giacché così vuò il diavolo, evviva papa Pavolo». Questo detto perugino, divenuto proverbio, arrivò a Roma trasformato in «il diavolo vuol papa Paolo».
Il linguaggio iperbolico
L’iperbole, leggiamo dal Gabrielli, è «un traslato che consiste nell’esagerare in eccesso o in difetto una cosa allo scopo di dare un netto ed efficace risalto all’espressione». Di iperboli è pieno il parlar comune: sono stanco da morire. Vogliamo fare, in proposito, alcune considerazioni.
Nel linguaggio parlato e saporito del popolo ci è dato cogliere espressioni iperboliche veramente efficaci, come, per esempio, è un secolo che ti aspetto; tremo come una foglia; magro come uno stecchino; è un matto da legare e il classico affogare in un bicchier d’acqua.
Il linguaggio iperbolico, però, diventa un artificio stilistico se adoperato dai poeti e dagli scrittori come mezzo espressivo di effetto particolare. Bellissimo il verso del divino Dante «parea che l’aere ne temesse», a proposito di un leone che avanza verso di lui con fame rabbiosa.
Questo parlare per iperboli, però, può essere ammesso e consentito in poesia, nella quale la voce del sentimento è talmente intensa e imperiosa da non trovare affatto disdicevoli certune esagerazioni di linguaggio; può essere avvertito di frequente sulla bocca del popolo e dei giovani che per loro natura sono portati agli eccessi anche nel parlare; è inconcepibile — a nostro modo di vedere — negli scritti in prosa.
Il parlare per iperboli dunque — a nostro avviso — non deve essere una costante negli scritti in prosa, credendo, così, di catturare l’attenzione dei lettori.
Questo consiglio è rivolto soprattutto ai giovani studenti, in questi giorni impegnati con gli esami di Stato: evitate il linguaggio iperbolico nei vostri componimenti. Ciò andrà a tutto vantaggio della scorrevolezza del vostro pezzo.
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