Due negazioni speciali
Vi sono due negazioni che potremmo definire speciali: mai e mica.
La prima, propriamente, è un avverbio di tempo e indica negativamente una durata illimitata ed equivale, per tanto alle espressioni nessuna volta, in nessun tempo: «lo hai incontrato qualche volta? Mai» (nessuna volta). Alcuni sono soliti adoperare mai, da solo, all’inizio di frase con valore negativo come, per esempio, «mai detto nulla del genere». È un uso, questo, che ci sembra improprio e, quindi, da evitare in buona lingua italiana; è più corretto far precedere il mai dall’avverbio negativo non: «non ho mai detto nulla del genere».
L’altra negazione speciale (mica) è, invece, un sostantivo femminile che indica una parte piccolissima, una... briciola. Viene, infatti, pari pari dal latino mica (granello, briciola) e per negare deve essere preceduto da un’altra negazione. Oggi è invalso l’uso — anche questo improprio — di adoperare mica assoluto (da solo): «ti piace quel libro? Mica». È un uso, ripetiamo, improprio, per non dire errato, senza un’altra negazione mica non nega un bel niente.
Da
“Sapere.it”:
«mìca
(pl. /mìche/) /s. f./
piccolo frammento, particella di una cosa qualsiasi; in particolare, briciola di pane
denominazione generica di vari minerali silicati, sfaldabili in lamine sottilissime, di lucentezza perlacea, talora vitrea, difficilmente fusibili
*/avv./,
usato soltanto in unione con una negazione, alla quale conferisce maggiore
efficacia: /non è mica vero ciò che dici/.*»
No-profit
Da questo portale abbiamo sempre condannato l’uso dei barbarismi perché la nostra lingua è ricca di vocaboli che fanno alla bisogna per ogni occorrenza. La stampa, imperterrita, continua a... propinarceli a ogni piè sospinto. Pazienza. Li adoperasse, però, correttamente.
Le pagine economiche dei quotidiani sono piene di no-profit la cui grafia corretta è, invece, nonprofit. Questo profit deriva dal latino proficere che significa avvantaggiare ed è confluito nella lingua anglosassone tra il Cinquecento e il Seicento per poi tornare, imbarbarito, in patria.
Il vocabolo indica, in genere, quelle organizzazioni che nella loro missione non hanno come fine ultimo il raggiungimento del profitto (avvantaggiarsene): il termine più adoperato è not for profit. Un’azienda, quindi, è nonprofit quando l’utile che consegue non è ripartito tra i soci ma reinvestito nella sua attività.
Non profit è una locuzione giuridica di derivazione inglese a sua volta derivata dal latino che significa senza scopo di lucro e si applica a organizzazioni i cui avanzi di gestione utili sono interamente reinvestiti per gli scopi organizzativi. In italiano si traduce generalmente con non lucrativo o non a scopo di lucro.
I verbi in -ere
Perché l’infinito dei verbi della seconda coniugazione — quelli che finiscono in -ere, per intenderci — si presenta ora in forma piana, cioè con l’accento tonico sulla penultima sillaba (vedere, temere), ora in forma sdrucciola, vale a dire con l’accento tonico sulla terzultima (credere, leggere ecc.)?
Il motivo va ricercato risalendo all’origine della nostra lingua, cioè al... latino. Nell’idioma dei nostri padri latini esistevano due coniugazioni in -ere di cui una con l’infinito piano (vidère) l’altra con l’infinito sdrucciolo (lègere) che costituivano, nell’ordine, la seconda e la terza coniugazione.
Queste due coniugazioni latine che differivano non solo nell’infinito ma anche in altre forme si sono unificate nella parlata durante il passaggio dal latino al volgare (l’italiano) mantenendo, però, la distinzione di accentazione dell’infinito, mentre le altre forme sono divenute uniche per entrambe le coniugazioni.
Da notare che a questa coniugazione in -ere appartengono i verbi fare e dire che alcune grammatiche classificano rispettivamente ed erroneamente nella prima e terza coniugazione. Fanno parte, invece — come abbiamo visto — della seconda coniugazione essendo le forme sincopate dei verbi latini fa(ce)re e di(ce)re. La sincope, sarà bene ricordarlo, è la caduta di una o più lettere nel corpo della parola. La prova dell’appartenenza alla seconda coniugazione si ha confrontando alcuni tempi e modi dei verbi fare e dire con altri della medesima coniugazione: facevo (temevo); dicevo (temevo); facessi (temessi); dicessi (temessi).
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