L'inadempienza
Dal libro «4.000 errori d’italiano. Quali fai anche tu?» di Mauro Magni, alla voce inadempienza leggiamo:
Meglio: inosservanza. (Non c’è infatti la voce adempienza, c’è adempimento)».
Concordiamo con lui su inosservanza ma dissentiamo sul fatto che non esista la voce adempienza. Anche se di uso regionale o raro tale vocabolo è registrato dal De Mauro, dal Treccani e da Sapere.it (De Agostini), tutti in rete.
De Mauro: «a|dem|pièn|za s.f.
1 OB soddisfacimento
2 TS burocr., adempimento»
Sapere.it:
adempiènza /s. f./,
adempimento, osservanza, esecuzione di qualcosa che si è tenuti a compiere per dovere o per impegno assunto».
Il termine, inoltre, si trova in molti autori, come risulta dal sito Google libri.
Le sedie stercorarie dei sommi pontefici romani
Nel corso dei secoli sono nate molte leggende intorno alla figura dei sommi pontefici romani e hanno destato sempre l’interesse del
popolino. Il fatto che narriamo, però, non è una leggenda ma una realtà che è durata fino all’elezione al soglio pontificio di Leone X, nel secolo XVI. Quando il nuovo vicario di Cristo veniva eletto al soglio di Pietro — come si sa — doveva adempire alcuni riti nella basilica vaticana, finiti i quali si recava al Laterano dove aveva luogo l’intronizzazione che prevedeva altre cerimonie, tra le quali quella della sedia stercoraria sulla quale il neoeletto doveva sedersi in segno di umiliazione.
Narrano le cronache del tempo che «Nel portico della scala Santa vi sono due sedie di porfido che si chiamano le sedie stercorarie, le quali furono fatte a effetto, che quando era eletto il nuovo pontefice vi si assidesse acciò considerasse che era huomo come gli altri e sottoposto a tutte le humane necessità, con tutto ch’egli fosse a quel sublime grado alzato».
Queste sedie erano tre, per la verità. Una di marmo bianco e due di porfido e non servivano affatto alle funzioni che il nome potrebbe evocare. Queste seggiole, bucate e aperte nel davanti, sembra provenissero dalle terme di Caracolla: servivano per sedervisi dopo il lungo bagno al fine di far scolare l’acqua. Ma torniamo alla cerimonia papale.
Il nuovo pontefice, dunque, sedeva prima su quella di marmo bianco — posta all’interno della basilica — poi sulle altre due collocate nel portico. Una leggenda popolare spiega che la ragione di questa cerimonia vada ricercata nel fatto che occorreva esaminare il sesso dell’eletto dopo l’inganno della favolosa papessa Giovanna; a evitare, cioè, la supposta frode che di nuovo una donna sotto mentite spoglie potesse sedere sulla cattedra di Pietro. Altri, più verosimilmente, ritengono che queste sedie abbiano preso il nome dal versetto del salmo 112 che i cantori intonavano durante la cerimonia: «Suscitat de paupere egenum, et de / stercore erigit pauperum» (perché il papa si mantenesse umile nel ricordare la sua esaltazione dall’umile suo stato alla nuova dignità). Come si è detto Leone X fu l’ultimo pontefice a compiere questa cerimonia.
Quanto alle “sedie” Pio VI le fece togliere dal Laterano per collocarle nel suo museo vaticano dove nel giugno del 1796 furono rapite dai francesi e trasportate a Parigi. Dopo il congresso di Vienna il museo vaticano ne recuperò una. Si ignora la fine delle altre.
Per la storia della papessa si veda questo collegamento Wikipedia - Papessa_Giovanna
La mecenata
Molti grandi scrittori (a proposito: chi stabilisce la grandezza?) sono soliti fare il femminile di mecenate: mecenatessa o mecenata. La cosa ci sconcerta: come è possibile che costoro non sappiano che mecenate, da nome maschile proprio, è diventato nome comune atto a indicare il protettore degli artisti? E in quanto sostantivo non può essere “aggettivato”?
Chi non sa, infatti, che Mecenate era un importante consigliere di Augusto e influente protettore di letterati e artisti? Il nome quindi, come dicevamo, da proprio è divenuto comune ed è passato a indicare, per antonomasia, ogni munifico protettore e benefattore di poeti e artisti, ma maschile era e maschile deve rimanere
In compenso, però, si può pluralizzare: mecenati. È lo stesso caso, insomma, di sosia e soprano: riferiti a una donna devono restare nella forma maschile. Il primo perché, come mecenate, era il nome proprio di uno schiavo; il secondo perché nacque solo per essere riferito a un uomo.
Alcuni così detti grandi scrittori trasgrediscono la legge e dicono la soprano; voi, se volete scrivere e parlare bene, fate vostre le parole dantesche: «Non ti curar di loro, ma guarda e passa».
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