Le sedie stercorarie dei sommi pontefici romani

Ciò che stiamo per scrivere non è prettamente di carattere linguistico, lo proponiamo ugualmente perché ci sembra interessante.
Nel corso dei secoli sono nate molte leggende intorno alla figura dei sommi pontefici romani e hanno destato sempre l’interesse del
popolino. Il fatto che narriamo, però, non è una leggenda ma una realtà che è durata fino all’elezione al soglio pontificio di Leone X, nel secolo XVI. Quando il nuovo vicario di Cristo veniva eletto al soglio di Pietro — come si sa — doveva adempire alcuni riti nella basilica vaticana, finiti i quali si recava al Laterano dove aveva luogo l’intronizzazione che prevedeva altre cerimonie, tra le quali quella della sedia stercoraria sulla quale il neoeletto doveva sedersi in segno di umiliazione.
Narrano le cronache del tempo che «Nel portico della scala Santa vi sono due sedie di porfido che si chiamano le sedie stercorarie, le quali furono fatte a effetto, che quando era eletto il nuovo pontefice vi si assidesse acciò considerasse che era huomo come gli altri e sottoposto a tutte le humane necessità, con tutto ch’egli fosse a quel sublime grado alzato».
Queste sedie erano tre, per la verità. Una di marmo bianco e due di porfido e non servivano affatto alle funzioni che il nome potrebbe evocare. Queste seggiole, bucate e aperte nel davanti, sembra provenissero dalle terme di Caracolla: servivano per sedervisi dopo il lungo bagno al fine di far scolare l’acqua. Ma torniamo alla cerimonia papale.
Il nuovo pontefice, dunque, sedeva prima su quella di marmo bianco — posta all’interno della basilica — poi sulle altre due collocate nel portico. Una leggenda popolare spiega che la ragione di questa cerimonia vada ricercata nel fatto che occorreva esaminare il sesso dell’eletto dopo l’inganno della favolosa papessa Giovanna; a evitare, cioè, la supposta frode che di nuovo una donna sotto mentite spoglie potesse sedere sulla cattedra di Pietro. Altri, più verosimilmente, ritengono che queste sedie abbiano preso il nome dal versetto del salmo 112 che i cantori intonavano durante la cerimonia: «Suscitat de paupere egenum, et de / stercore erigit pauperum» (perché il papa si mantenesse umile nel ricordare la sua esaltazione dall’umile suo stato alla nuova dignità). Come si è detto Leone X fu l’ultimo pontefice a compiere questa cerimonia.
Quanto alle “sedie” Pio VI le fece togliere dal Laterano per collocarle nel suo museo vaticano dove nel giugno del 1796 furono rapite dai francesi e trasportate a Parigi. Dopo il congresso di Vienna il museo vaticano ne recuperò una. Si ignora la fine delle altre.
Per la storia della papessa si veda questo collegamento Wikipedia - Papessa_Giovanna
02-06-2012 — Autore: Fausto Raso — permalink


La mecenata

Molti grandi scrittori (a proposito: chi stabilisce la grandezza?) sono soliti fare il femminile di mecenate: mecenatessa o mecenata. La cosa ci sconcerta: come è possibile che costoro non sappiano che mecenate, da nome maschile proprio, è diventato nome comune atto a indicare il protettore degli artisti? E in quanto sostantivo non può essere “aggettivato”?
Chi non sa, infatti, che Mecenate era un importante consigliere di Augusto e influente protettore di letterati e artisti? Il nome quindi, come dicevamo, da proprio è divenuto comune ed è passato a indicare, per antonomasia, ogni munifico protettore e benefattore di poeti e artisti, ma maschile era e maschile deve rimanere
In compenso, però, si può pluralizzare: mecenati. È lo stesso caso, insomma, di sosia e soprano: riferiti a una donna devono restare nella forma maschile. Il primo perché, come mecenate, era il nome proprio di uno schiavo; il secondo perché nacque solo per essere riferito a un uomo.
Alcuni così detti grandi scrittori trasgrediscono la legge e dicono la soprano; voi, se volete scrivere e parlare bene, fate vostre le parole dantesche: «Non ti curar di loro, ma guarda e passa».

01-06-2012 — Autore: Fausto Raso — permalink


Divertire e divorziare

Riteniamo interessante scoprire l’origine di due verbi di uso comune, di cui uno moderno (si fa per dire): divertire e divorziare. Il significato non abbisogna di spiegazioni essendo noto a tutti.
Leggiamo assieme due passi di due raffinati scrittori, uno del Cinquecento e uno del Seicento, rispettivamente Bernardo Davanzati e Paolo Segneri perché ci aiuteranno a focalizzare il problema, anzi l’argomento. Scrive il primo: «Ebbe ordine di divertire gli aiuti inviati a Vitellio»; e il secondo: «Un ruscelletto vicino alla sua sorgente, se faccia danno sul vostro campo, può essere divertito da voi con agevolezza e mandato altrove».
Di primo acchito, letti frettolosamente, entrambi i periodi sembrano sconclusionati: il verbo divertire c’entra come i cavoli a merenda. Così non è. E il perché è presto detto.
Gli amici lettori che hanno un’ infarinatura di... latinorum sanno benissimo che in origine il verbo divertire ebbe in italiano un solo significato, quello stesso che aveva il latino divèrtere, dal quale discende direttamente. Il latino divèrtere è composto di due elementi: il prefisso di(s), con il significato di ‘allontanamento’, ‘separazione’ e il verbo vertere (volgere) e significa, per tanto, volgere da, allontanare da; in altre parole deviare. Il primo dei due scrittori voleva, quindi, far cambiare strada ai militi inviati in aiuto di Vitellio; il secondo intendeva deviare il corso delle acque.
Con il trascorrere del tempo — attraverso un processo semantico — il verbo divertire ha perso l’accezione “primitiva” per acquisire quella figurata attuale, vale a dire svagare, rallegrare, distrarre. Di-vertire: allontanare il nostro animo, il nostro pensiero dalle preoccupazioni e dagli affanni quotidiani.
E veniamo all’altro verbo, parente di divertire, divorziare, entrato di prepotenza nel linguaggio comune — se la memoria non ci tradisce e non ci confondiamo — negli anni Settanta quando con un plebiscito unanime si respinse la proposta di abrogazione della legge sul... divorzio. Lo abbiamo definito parente di divertire perché non è altro che un discendente del latino divortere, variante di divèrtere (che come abbiamo visto significava separare, allontanare). Da divortere si fece il sostantivo divortium che in senso proprio valeva separazione.
Occorre precisare, però, che il suo primo significato non si riferì alle persone, bensì alle cose. Si diceva divortium, per esempio, il punto in cui due strade si separano prendendo ciascuna una propria direzione. Divortium era, per tanto, sinonimo di linea confinaria. Giunti a questo punto è facile immaginare come sia stato semplice per i glottologi “trasportare” il significato del verbo divorziare dalle cose alle persone.
Eitimo.it - Divertire

25-05-2012 — Autore: Fausto Raso — permalink




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