La e, la virgola, pure e anche
Uno degli usi più elementari della virgola è quello di separare tra loro i membri (parole o proposizioni) di un'enumerazione, tranne il penultimo e l'ultimo, che solitamente sono separati da e o da o (secondo i casi, naturalmente). L'uva è un frutto bello, buono, sano e nutriente.
Quando però l'enumerazione è concitata, si ha la virgola anche davanti all'ultimo membro. «La stanchezza quasi sempre scomparve, gli tornò il polso, sentì il sangue scorrer libero e tepido per tutte le vene, sentì crescere la fiducia dei pensieri...» (Manzoni).
Se, invece, si vuol dare maggior risalto a ciascun membro, la virgola è sostituita del tutto dalla congiunzione, che può trovarsi anche davanti al primo membro. Scegli: o la passeggiata lungo il viale o il cinema o la partita; Giovanni è un uomo buono e serio e laborioso.
La congiunzione e diventa ed obbligatoriamente solo dinanzi a parole che cominciano con e: Erano appena partiti ed erano già stanchi. Davanti alle altre vocali è preferibile non mettere la d eufonica: E io; e ora.
Sempre in tema di congiunzioni è utile ricordare che pure segue il termine a cui si riferisce (verremo noi pure), mentre anche lo precede (verremo anche noi).
Il non pleonastico
I lettori poco avvezzi a cose di lingua strabuzzeranno gli occhi alla lettura del titolo; senza sapere, invece, che adoperano questo non inconsciamente, a ogni piè sospinto; lo usano, quindi, pur non… conoscendolo.
Prima di addentrarci nel merito della questione riteniamo necessario, per tanto, spendere due parole sul pleonasmo, al fine di illuminare tutti coloro che sentono questa parola per la prima volta. Il pleonasmo, dunque (dal greco πλεονάζειν (pleonazein, sovrabbondare) è una particolare figura grammaticale che consiste nell’inserimento, all’interno di una proposizione, di una o più paroline prive di funzione specifica e, quindi, grammaticalmente non necessarie; queste paroline, per tanto, possono essere soppresse senza che il significato della proposizione abbia a soffrirne più di quanto non sia necessario. Come si evince facilmente dall’esempio il non si può sopprimere e dire semplicemente: più di quanto sia necessario. Questo non, quindi, è pleonastico, è, cioè, un di più.
Attenzione, però (c’è sempre un però), cortesi amici: non sempre il non è pleonastico, come molte grandi firme erroneamente ritengono. Molto spesso l’inserimento del non in una frase crea ambiguità e costringe il lettore o l’interlocutore a fare mente locale per capirci qualcosa. Gli amatori del non pleonastico sono, in maggioranza, i politici che nei loro discorsi ufficiali preferiscono adoperare le espressioni-tipo non possiamo non rilevare; non dobbiamo non credere; non possiamo non riconoscere il che equivale a: rileviamo, crediamo, riconosciamo. E fin qui nulla di male dal punto di vista linguistico perché è facile notare che due non si annullano; le frasi, quindi, non sono negative sebbene affermative. I dolori linguistici cominciano quando oltre al non c’è — in una proposizione — il cosiddetto che eccettuativo.
Ricordiamo, a questo proposito, un aneddoto di un giovane giudice, appassionato filologo, che interpretando secondo la logica grammaticale le dichiarazioni di un testimone lo minacciò di arresto immediato se non avesse detto esclusivamente la verità. Il poverino, infatti, volendo adoperare espressioni che riteneva potessero farlo apparire erudito agli occhi del magistrato, interrogato, rispose: non posso non dire che la verità. La risposta del teste, a un attento esame grammaticale, suona così: non posso dire solamente la verità (quindi dico cose anche non vere). Il malcapitato non si accorse del fatto che la frase conteneva un non di troppo che, seguito dal che eccettuativo (o restrittivo), aveva completamente stravolto il senso.
Attenzione, quindi, al non che — come avete visto — non sempre è pleonastico, cioè un di più che non altera assolutamente il senso del discorso.
Beneficenza o beneficienza?
Molto spesso siamo assaliti da dubbi circa la grafia di sufficienza e beneficenza (e parole simili): ci vuole o no la i dopo la consonante c? I vocabolari non sono di valido aiuto, anzi…Una regola empirica ci può aiutare.
Non prendono la i i vocaboli il cui primo componente è una parola vera e propria: BENEficenza, ONORIficenza; hanno la i, invece, le parole il cui primo componente è un semplice prefisso: SUFFIcienza, EFFIcienza; DEFIcienza. Seguono la medesima regola i derivati: BENEficente, DEFIciente, ecc.
E a proposito di beneficenza, ci sono venuti alla mente i due verbi composti con bene: beneficare e beneficiare. Non si confondano. Il primo significa dare un beneficio (Giovanni benefica Pietro); il secondo ricevere un beneficio (Giovanni beneficia del lavoro di Pietro).
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