Tempo da lupi e tempo da cani
Per i cani, si tratta di uno degli infiniti riferimenti sprezzanti a questi amici dell'uomo. Per i lupi si può invece dire che il riferimento è più preciso. Di solito i lupi evitano l'uomo ma, in momenti di particolare freddo, sono disposti ad avvicinarsi all'abitato per procurarsi il cibo: da questo — credo — l'espressione tempo da lupi. Un tempo tale che non ci stupiremmo di veder apparire dei lupi nell'abitato.
25-02-2012 Autore: Fausto Raso permalinkQuelli che...
«È uno di quelli che va al mare oppure egli è uno di quelli che vanno al mare?» chiede Luca. Innanzi tutto, è sicuro che bisogna dire che vanno. Più difficile è spiegare il perché di questo errore, oggi commesso da milioni e milioni di italiani, anche ai più alti livelli.
La frase principale è: egli è uno di quelli; ed ecco il problema: la relativa che segue si riferisce a lui o a quelli? Se si riferisse a lui, la frase diverrebbe egli è uno di quelli che va e non si capirebbe più che cosa fanno quelli. Dal momento che quelli ci sono, è ovvio che si intende dire: egli è uno del gruppo di coloro che vanno (e non certo va) al mare.
Questo errore inammissibile si spiega col fatto che il parlante intende talmente riferirsi al soggetto da dimenticare di aver accennato ad altri. La sua frase ideale sarebbe stata: Come molti altri, egli va al mare. Ma non c'è speranza, questo errore sembra inestirpabile. Forse passerà nella lingua come il francese avoir l'air, avere l'aria, che viene usato anche con l'aggettivo al femminile mentre air è maschile. Come se in italiano dicessimo egli ha l'aria stupido. I francesi hanno finito con l'usare avoir l'air come sembler, sembrare.
Retro: prefisso e sostantivo
Pregiatissimo Direttore del portale,
la mia amica Preposizione mi ha detto della sua squisita disponibilità ad accogliere lettere aperte destinate agli amanti del bel parlare e del bello scrivere. Certo, quindi, di non rimanere deluso chiedo anch’io un po’ di spazio. Questo Paese, egregio Direttore — come lei mi insegna — si dice democratico e in una democrazia — sempre come lei mi insegna — ciascuno può esprimere liberamente le proprie idee. Ho fatto questa premessa in quanto sono sicurissimo del fatto che quanto sto per esternare farà storcere la bocca ai numerosissimi soloni della lingua. Ma io, con il suo permesso, me ne infischio, vado avanti e vengo al dunque.
Sono il prefisso Retro e come specifica chiaramente il mio stesso nome, e come riportano alcuni vocabolari, servo per la formazione di parole composte derivate dal latino o formate modernamente per indicare un movimento all’indietro o una posizione arretrata, in senso temporale o spaziale, rispetto a un altro oggetto o fatto rappresentato dall’elemento al quale sono prefissato come, per esempio, in retrocedere, retroguardia, retroattivo, retromarcia.
Mi sembra superfluo specificare, inoltre, che i miei natali sono nobili discendendo dall’avverbio latino retro (all’indietro, di dietro, dietro). E qui, purtroppo, nascono i problemi sulla mia... sessualità. Non amo essere un transessuale; una volta sono di sesso maschile, una volta di sesso femminile secondo la capocchia di chi mi adopera. Il mio sesso, vale a dire il mio genere, deve essere lo stesso di quello del termine al quale sono prefissato. Diremo, per tanto, la retrobottega non il retrobottega perché bottega è, appunto, di genere femminile. Coloro che dicono il retrobottega dovrebbero, per coerenza, dire anche il retromarcia o il retroguardia. Non vi pare? Così non è, però; allora perché questa discriminazione? Volendo trovare a tutti i costi una giustificazione si potrebbe ipotizzare il fatto che molti — senza saperlo — dicono il retrobottega per analogia con locale: il locale dietro la bottega; o anche per effetto della sua abbreviazione, il retro, il cui uso — discutibilissimo — è estremamente comune. Retro, adoperato assoluto, cioè da solo, perde il valore di prefisso (io, infatti, non mi riconosco in lui) e diventa un sostantivo che sta per deretano.
C’è da dire, però — per amore della verità — che da solo Retro ha anche un significato più nobile: si adopera, infatti, in numismatica per indicare la faccia di una medaglia ma anche per indicare il dietro di un foglio. Tornando al mio uso corretto — cioè al prefisso — adoperatemi, quindi, secondo logica. Se sono prefissato a un nome maschile usate l’articolo maschile, se sono prefissato a un sostantivo femminile adoperate l’articolo femminile: il retroaltare; la retrobottega.
Ho notato, in proposito, che alcuni vocabolari per certe parole sono salomonici, per altre, invece, sono categorici. Mi spiego. Prendiamo il termine retroscena. Per alcuni dizionari il vocabolo è salomonicamente bisessuale o, se preferite, ermafrodito: il retroscena e la retroscena. Retrobocca, invece, categoricamente maschile. La bocca, fino a prova contraria, è di genere femminile. Se questo termine composto (retrobocca) non si vuole classificare di genere femminile lo si faccia, per lo meno, bisessuale: il retrobocca e la retrobocca. Perché due pesi e due misure?
Cosa ha da dire, in proposito, la Crusca? Approva questa aberrante discriminazione? Non attendo, certo, una risposta; però... non si sa mai. Tornando al o alla retroscena, non approvo affatto i distinguo che fanno certi vocabolari per giustificare la bisessualità del termine: femminile se indica la parte del palcoscenico che rimane invisibile agli spettatori; maschile, invece, per indicare ciò che accade dietro la scena e soprattutto, in senso figurato, l’insieme dei maneggi occulti che si nascondono dietro un affare.
Io, amici, ribadisco il fatto che desidero avere lo stesso sesso del sostantivo cui sono prefissato: la retrobottega. Grazie dell’attenzione e un caro saluto a tutti.
Il vostro amico
Prefisso Retro
- Dizionario italiano
- Grammatica italiana
- Verbi Italiani
- Dizionario latino
- Dizionario greco antico
- Dizionario francese
- Dizionario inglese
- Dizionario tedesco
- Dizionario spagnolo
- Dizionario greco moderno
- Dizionario piemontese