Il prefisso con
Qualche osservazione sui sostantivi composti con il prefisso con (assieme). Contrariamente a quanto ci hanno abituato le grandi firme (e ci piacerebbe sapere chi stabilisce la grandezza) che si piccano di fare la lingua, il suddetto prefisso si unisce direttamente al nome.
Occorre solo ricordare che la n cade davanti a parole che cominciano con vocale: coabitazione (non co-abitazione come, dicevamo, sono solite scrivere le grandi firme del giornalismo), mentre si trasforma in m davanti ai sostantivi che cominciano con le consonanti labiali p e b: combelligerante, comprimario; si assimila, invece, davanti a m, l, r (l’assimilazione è un particolare processo linguistico per cui nell’incontro di due consonanti la prima diventa uguale alla seconda) e avremo, quindi, collaboratore, corresponsabile, commilitone e via dicendo. A proposito, alcuni vocabolari ammettono la voce coproduzione e il suo composto ( coproduttore ).
Non c’è alcun motivo che giustifichi la caduta della n del prefisso con. La voce corretta è e resta comproduzione. Lo stesso discorso per quanto riguarda comprotagonista, voce più corretta di coprotagonista.
Per concludere: il prefisso co- non esiste.
La grammatica ad orecchio
Vi sono persone, soprattutto tra le così dette grandi firme della carta stampata, che non ritengono necessario l’approfondimento (o lo studio) della grammatica della lingua italiana in quanto sono convinte di conoscerla bene per il semplice motivo che parlano e scrivono la lingua madre — come suol dirsi — per pratica. Esse fanno loro il detto popolare secondo il quale la pratica uccide la grammatica; al più, di fronte a perplessità ortografiche, ricorrono all’aiuto dell’orecchio, preziosissimo per comporre allegri motivetti con la chitarra o il pianoforte.
A costoro riteniamo utile ricordare quanto scrisse in proposito il poeta Giuseppe Giusti: «l’avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnare, senza rettificarne l’uso con lo studio e con la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare». Mai parole furono più sante.
Chi sa quante volte, infatti, a ognuno di noi sarà capitato, nel buttar giù le classiche quattro righe a un amico, di essere assalito da dubbi sull’esatta grafia delle parole e sulla loro giusta collocazione nel contesto della frase o del periodo. Vogliamo fare un esempio? Sognamo o sogniamo? Con o senza la i? Beneficerò o beneficierò? In casi del genere non c’è musica sacra o profana che faccia alla bisogna: l’orecchio non ci viene minimamente in aiuto. Allora, immobili, con la penna in mano (ora davanti al computer), presi dall’amletico dubbio malediciamo il giorno in cui buttammo (con presunzione) alle ortiche il vecchio e prezioso libro di grammatica…
Vediamo, quindi, di sciogliere, nell’ordine, questi dubbi; prima, però, a proposito di orecchio, sarà bene ricordare che ha due plurali, uno maschile e uno femminile e non sono interscambiabili non si adoperano, cioè, indifferentemente. Si usa il maschile per indicare l’organo dell’udito (mi fanno male gli orecchi); si adopera il femminile, invece, in seno figurato ( le orecchie del libro).
Sognamo o sogniamo, dunque? Sogniamo (con la i ), anche se, a suo tempo, imparammo che tra il digramma (unione di due lettere formanti un unico suono) gn e le vocali a, e, o, u non si inserisce la i: quindi scriveremo sogno, regno, ognuno, eccetera. La i di sogniamo è obbligatoria e si giustifica con il fatto che è parte integrante della desinenza iamo della prima persona plurale del presente indicativo, del presente congiuntivo e dell’imperativo. Tutti i verbi in gnare (disegnare, insegnare, ecc.) quindi, conservano la i ogni qualvolta detta vocale faccia parte della desinenza.
Beneficerò, senza la i . I verbi in ciare (come quelli in giare) perdono la i che pure è parte integrante del tema (o radice) davanti alle desinenze che cominciano con le vocali e o i. In questi casi, infatti, la i non è più necessaria per mantenere il suono palatale alla consonante c (o g). Scriveremo, dunque, beneficeremo, mangeremo, comincerei. Solita eccezione, effigiare: conserva la i in tutta la sua coniugazione.
Sposa bagnata, sposa fortunata
Ecco come spiega questo famoso detto il Treccani in linea:
«Tra le spiegazioni correnti, se ne segnalano due verosimili. Il proverbio, panitaliano, potrebbe essere nato come formula di risarcimento e augurio per sgombrare l’orizzonte emotivo dei novelli sposi dall’infausta impressione destata dalla pioggia caduta il giorno dello sposalizio.
Si può anche pensare (senza rinunciare all’idea di fondo di un proverbio insieme consolatorio e augurale) che, secondo un’arcaica identificazione analogica, tipica della civiltà agricola, che vede nella donna una forza creatrice naturale, in grado di dare frutti (figli) come la terra, la sposa venga ritenuta fortunata se irrorata dalla pioggia, nel giorno del matrimonio, come se fosse terra bisognosa di acqua. La pioggia potrebbe avere un valore simbolico sessuale piuttosto trasparente, rimandando al seme maschile dello sposo».
Nel Dizionario dei proverbi pubblicato dalla Utet (curato da Lorenzo Massobrio e Paolo Boggione), il proverbio Sposa bagnata, sposa fortunata è inserito nel paragrafo intitolato La cerimonia nuziale ed è seguito da altri proverbi che, pur legati a quello in esame da una qualche parentela formale o semantica, talvolta si discostano anche notevolmente nel significato: Se la sposa ha bagnato i piè, alla fine dell’anno sono in tre; Se piove quando ti sposi, ti chiamano leccapiatti; Sposa bagnata, sposa ingorda; Sposa, spesa.
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