E il Signore benedisse...
Ieri un nostro amico, che ha assistito in TV alla lettura della Bibbia, ci ha telefonato preoccupato perché ha sentito dire “... Il Signore benedisse...” in luogo della forma corretta – a suo parere – benedì. Abbiamo dovuto sudare le classiche sette camicie per convincerlo del contrario.
Il verbo benedire si coniuga come dire, essendo un suo composto: egli disse, egli benedisse.
Esistono, tuttavia, delle forme considerate non scorrette ma di uso popolare; ma appunto perché popolari in buon italiano vanno evitate e tra queste c’è benedì.
Occorre anche dire che alcuni (soprattutto nel Meridione, se non sbagliamo) usano il predetto verbo in senso intransitivo e dicono benedire a uno: «Signore, ti prego, benedici a Mario».
Questa forma – prettamente latina – non è più in uso.
Uso corretto di bisognare
Il verbo bisognare seguito da un infinito rifiuta categoricamente la preposizione di. È errato, quindi, dire o scrivere, per esempio – come fanno alcuni – «bisogna di partire prima dell’alba» ma, correttamente, «bisogna partire prima dell’alba».
Essendo un verbo intransitivo richiede – come buona parte dei verbi intransitivi adoperati impersonalmente – l’ausiliare essere: è bisognato uscire.
A coloro i quali sostengono che il costrutto è bisognato – grammaticalmente correttissimo – suona male ricordiamo che possono ricorrere ad altre forme quali «è stato necessario partire»; «si è reso necessario partire» e simili.
Abbrutire e abbruttire
Riteniamo utile ricordare che i due verbi in questione non sono sinonimi, come molti, erroneamente, ritengono e li adoperano, per tanto, indifferentemente.
Entrambi sono verbi denominali, derivano, cioè da un sostantivo (nome) ma hanno significati distinti.
Il primo, abbrutire (con una sola t), significa «rendere (qualcuno) simile a un bruto», quindi «avvilire, degradare» e simili: la droga lo ha abbrutito.
Il secondo, abbruttire (con due t), è intuitivo, sta per «rendere o diventare brutto», quindi «deturpare» e simili: le troppe preoccupazioni lo hanno abbruttito.
Ambedue, nel corso della coniugazione, prendono l’infisso -isc- in alcuni tempi e modi.
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