Essere scritto sui boccali di Montelupo

Questo modo di dire – che fa il paio con quello più noto e dal significato intuitivo, «essere scritto anche sui muri» – dovrebbe essere particolarmente di casa in... casa dei nostri lettori toscani.

L’espressione – che significa «trattare, parlare di un argomento noto a tutti» – è, infatti, di provenienza toscana in quanto fa riferimento alle parole, ai motti che si trovano incisi sulle ceramiche di Montelupo Fiorentino dove quest’arte fiorisce fin dal secolo XV.

16-11-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


L'avverbio

Abbiamo notato che molte persone sono convinte che l’avverbio (come dice il termine latino ad verbum) si mette sempre vicino al verbo. No, non è così.
Questa parte invariabile del discorso che serve per modificare, graduare, precisare il significato o l’azione espressa dal verbo si può mettere vicino anche a un altro avverbio, a un aggettivo o a un nome. Quando diciamo, per esempio, che Paolo camminava lentamente precisiamo l’azione espressa dal verbo camminare; lentamente, per tanto, è un avverbio.
E a proposito di lentamente, vi siete mai chiesto il motivo per cui la maggior parte degli avverbi, particolarmente quelli di modo, finiscono in -mente? Donde deriva questa terminazione? Dal latino, come sempre.
Nella lingua dei nostri antenati latini era diffusissimo l’uso del complemento di modo formato con il sostantivo mente (ablativo di mens, mentis), che significa animo, cuore, mente, spirito e simili, preceduto da un aggettivo: serena mente (con animo sincero, sereno).
Poiché la disposizione era sempre la medesima, prima l’aggettivo, poi il sostantivo, i due termini finirono con l’essere pronunciati e scritti uniti (una sorta di univerbazione, insomma) assolvendo la funzione di avverbio di modo. Con questo sistema tutti gli aggettivi possono essere trasformati in avverbi di modo o maniera. Come?
Semplicissimo: si prende l’aggettivo, nella forma femminile, e si aggiunge il suffisso -mente. Da onesto avremo, quindi, il femminile onesta a cui aggiungeremo il suffisso -mente (onesta-mente): onestamente; da bello, bellamente; da magnifico, magnificamente; da stupido, stupidamente.
Va da sé che gli aggettivi della II classe, cioè quelli che finiscono in -e sia per il maschile sia per il femminile, non abbisognano di essere femminilizzati per avverbiarli; basta solo aggiungere il suffisso -mente: grande, grandemente; veloce, velocemente.
Da notare, però, che gli aggettivi che terminano in -le perdono la e finale prima di aggiungere il suffisso (-mente): facilmente (facile, facil, facilmente); docilmente; difficilmente. Un’ultima annotazione sul corretto uso degli avverbi.
Molte persone – complici alcuni vocabolari permissivi – fanno precedere gli avverbi che finiscono in -oni (-one) dalla preposizione a: Mario camminava a tentoni; Luigi stava a cavalcioni.
Quella a, a nostro modo di vedere, è spudoratamente errata. Da quando gli avverbi per reggersi hanno bisogno di una preposizione? Diciamo, forse, camminare a lentamente? Perché, dunque, alcuni vocabolari ammettono a tentoni, a cavalcioni ecc? E perché le così dette grandi firme seguono i consigli spallati di questi dizionari?
Per finire: qual è, generalmente, la posizione dell’avverbio? Quella vicino alla parola cui si riferisce. Di solito si colloca prima dell’aggettivo e dopo il verbo. Non c’è una legge, la posizione è libera. Si può mettere prima o dopo la parola che si vuole modificare, a seconda della sfumatura: presto verrò; verrò presto.

15-11-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Perché vernice?

Crediamo sia interessante far conoscere – agli amici che ci onorano della loro attenzione – la nascita, ovviamente sotto il profilo linguistico, della vernice, vale a dire di quella «sostanza liquida di varia densità costituita da soluzioni o miscele, incolori o colorate con particolari sostanze, che, applicate in strato sottile su una superficie, solidificano rapidamente formando un rivestimento che ha funzioni protettive o decorative».
Per far ciò occorre prendere il discorso alla lontana e tornare indietro nella storia; meglio, quindi, dare la parola all’illustre glottologo Aldo Gabrielli.
«Anticamente c’eran molte città che traevano il loro nome da quello di cui si ornavano molte regine e principesse di Oriente e d’Africa: Berenice, in latino Berenix. Berenice è di per sé stesso un nome augurale, foggiato con due parole greche, e significa esattamente portatore di vittoria. Piaceva molto in antico (...) e le città che se ne fregiavano erano, come s’è detto, parecchie, tra cui una in Cirenaica.
Questa era anzi la più importante, e faceva parte di una pentapoli, specie di federazione di cinque città, ch’era detta Pentapoli Libica, con Cirene, Apollonia, Tolemaide e Orsinoe. Oggi questa Berenice si chiama Bengasi. Dalla Berenice cirenaica i Romani importavano largamente una speciale resina di color giallo limone che si estraeva da una pianta conifera propria dell’Africa settentrionale, chiamata Thuia articolata; il nome moderno della resina è sandracca.
Quando si dovette dare un nome a questa resina, i Romani trovarono molto comodo ricorrere al nome stesso della città di provenienza, e la chiamarono berenix, facendone un nome comune.
Si capisce che presto questo bel nome sulla bocca dei commercianti incolti e frettolosi subì delle alterazioni, e dapprima si mutò in verenix, poi in veronix e in fine si contrasse addirittura in vernix, da cui discese, liscia liscia, la nostra vernice.
Che ci facevano, ci domanderete, gli antichi Romani con questa resina? La stessa cosa che si fa oggi con la sandracca: la riducevano in polvere e la scioglievano in olio per farne una mistura da colorarne legni e metalli. Quella cosa, appunto, che noi chiamiamo vernice.
Dal nome di una regina a quella di una materia colorante la strada, dopo tutto, non è stata lunga».

14-11-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink




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