Una lodevolissima iniziativa della “Società Dante Alighieriâ€
La Società Dante Alighieri, per celebrare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia nel 2011, ha in animo la creazione di un museo dedicato alla lingua italiana.
Un’esposizione permanente sull’italiano è un desiderio che la Società coltiva da tempo con appassionato impegno e che ben si inserisce nella costante opera di promozione culturale svolta da oltre un secolo dalla nostra istituzione.
Un primo importante passo in questa direzione è stato compiuto con la fortunata mostra Dove il sì suona allestita nel 2003 presso la Galleria degli Uffizi a Firenze, riedita nel 2005 a Zurigo (e successivamente, in forma ridotta, a Tirana, Berlino, Savona, Pordenone, Cosenza e Bolzano).
Rendere visibile un argomento apparentemente così astratto come la lingua è stato un evento di grande rilievo per la nostra storia culturale e la sua riuscita ha dato la misura dell’attaccamento di tanti cittadini italiani e stranieri alla lingua italiana.
Un museo per l’italiano potrà essere il giusto modo per valorizzare degnamente e per mettere a disposizione di tutti uno dei patrimoni più importanti e più vivi della cultura del nostro paese.
L’occasione offerta dal 150° anniversario, inoltre, permetterà di far riflettere sulla funzione unificante della nostra lingua: più che mai ora, a distanza di 150 anni dal 1861, l’unità linguistica praticata dai soli ceti intellettuali nei dieci secoli che precedettero l’unità politica è diventata una realtà pienamente partecipata e può essere considerata un simbolo condiviso da tutti i cittadini.
Gergo e dialetto
Molte persone confondono il gergo con il dialetto, nel senso che li ritengono l’uno sinonimo dell’altro. Non è così, anche se i due termini possono essere considerati una lingua.
Facciamo chiarezza, dunque, cominciando con l’esaminare il primo vocabolo: gergo. Sotto il profilo etimologico la voce, intanto, non è schiettamente italiana (o latina) ma francese, per la precisione il francese antico jergon o jargon (linguaggio degli uccelli, quindi linguaggio incomprensibile).
Il gergo, infatti, come lo definiscono i vocabolari, è «una lingua speciale usata dai membri di un gruppo che non vuole essere capito dal resto della comunità», oppure «linguaggio convenzionale limitato a una ristretta categoria sociale» e per estensione «ogni linguaggio artificiosamente diverso dal linguaggio comune».
Il gergo, insomma, si può definire una «lingua settoriale incomprensibile agli estranei al settore». In altre parole: una lingua convenzionale, un linguaggio oscuro, per figure strane e lontane allusioni, adoperato in ambienti particolari perché la gente estranea non comprenda.
Abbiamo, così, il gergo burocratico, il gergo diplomatico, il gergo giornalistico, quello radiotelevisivo, quello sindacale, curialesco e via dicendo. Come diceva Voltaire, insomma, «ogni scienza, ogni disciplina ha il suo gergo incomprensibile, che sembra inventato solo per tenere alla larga i profani».
Sotto l’aspetto storico l’esigenza di un parlare nascosto è antica quanto l’uomo: le pagine della storia sono zeppe di codici e cifrari destinati esclusivamente agli addetti ai lavori. La nascita ufficiale di questa lingua (il gergo) si può datare, però, dal Medio Evo.
In quel periodo, infatti, ebbe la massima fortuna. Perché? È presto detto. Il mondo dell’epoca era popolato di ladri, vagabondi, ciarlatani, giocolieri, bari, soldati, guaritori, indovini ecc., che girovagavano da un luogo all’altro in cerca di fortuna o, meglio, cercando di... campare alle spalle degli altri. Tutti questi personaggi, dunque, per difendersi dagli intrusi che incontravano nel loro vagabondare si servivano ciascuno del proprio linguaggio corporativo o, se preferite, settoriale, fatto di allusioni o di parole convenzionali; parlavano, insomma, il linguaggio degli uccelli, cioè il gergo, incomprensibile, per tanto, agli estranei.
Antonio Broccardo, vissuto a metà del XVI secolo, aveva addirittura compilato un vocabolario del gergo del tempo. Possiamo così apprendere, per esempio, che fortoso indicava l’aceto; chiaro il vino; pelosa la... barba; ruspante il pollo. Ogni tempo, insomma, ha il suo gergo. Nel Risorgimento abbiamo i Carbonari e le Vendite, vale a dire le loro sezioni, mentre le “baracche” indicavano i luoghi d’incontro.
Le persone non più molto giovani ricorderanno il gergo adoperato nell’ultimo conflitto mondiale: il violino, vale a dire il prosciutto; la roba nera, cioè il caffè; il tabacco chinato, ovverosia le cicche perché per raccoglierle da terra bisognava chinarsi; la roba bianca, la farina, lo zucchero e il burro.
E concludiamo con alcune voci gergali dei giovani di oggi: le care salme, i genitori; la gigia, la zia; il caricone, l’insegnante che dà molti compiti per casa, quindi... carica; il mammut, la mamma; il secondino, la moglie; il biodegradabile, colui che è molto facile alle cotte; lui, il padre; il gong, l’intervallo scolastico e altri che ora non ci sovvengono. Come si può notare è una lingua il più delle volte dissacrante ma ricca di immagini e molto critica nei confronti della nostra società.
Due parole, infine, sul dialetto il cui significato è noto: «linguaggio particolare di un ambito culturale e geografico ristretto, con variazioni non sostanziali nei confronti della lingua nazionale». È cosa ben diversa, quindi, dal gergo. Il dialetto, quindi, si può definire una lingua indigena, vale a dire una lingua locale, nel nostro caso regionale.
L’etimologia è chiarissima essendo il latino dialectus, tratto dal greco διάλεκτος (diàlektos, conversazione), quindi... dialetto, cioè «modo di parlare (locale)».
A questo punto è necessario ricordare che il vernacolo non è – come molti ritengono – un sinonimo del dialetto ma una particolarità dello stesso. È, infatti, una «parlata di un determinato luogo che si differenzia per alcune particolarità dal dialetto della zona più vasta alla quale quel luogo appartiene».
Essere e Avere
Caro Direttore,
confidando nella sua ormai nota gentilezza e disponibilità, chiediamo anche noi ospitalità sul suo prestigioso portale per una lettera aperta agli amanti del bel parlare e del bello scrivere e, perché no, agli amici scrittori e giornalisti (non si offendano, per carità) affinché facciano un uso sempre più corretto di questa bella lingua della quale noi abbiamo l’onore e il privilegio di far parte.
Siamo, infatti, i verbi Essere e Avere. Di tutti i nostri colleghi noi siamo, senza ombra di dubbio, i più adoperati. Ed è proprio questo, cortesi amici, il fatto che ci ha spinto a prendere carta e penna per pregarvi di metterci un po’ a... riposo; ci eviterete continue liti con alcuni colleghi che ritengono – e hanno ragione – di essere più appropriati di noi alla bisogna.
Ci sono dei casi, infatti, in cui io, verbo Essere, ho un significato simile (non uguale, si badi bene) a quello di altri verbi con i quali è possibile sostituirmi: così darete ai vostri scritti un tocco di raffinatezza... linguistica. Vediamo, dunque.
Posso benissimo essere sostituito – ovviamente secondo i casi – con i miei colleghi verbi vivere, consistere, accadere, stare, trovarsi, recarsi o andare.
Cercherò, con gli esempi che seguono, di rendere più chiaro il concetto: quando non vivremo più (invece di non ci saremo) chissà il progresso quanta strada avrà percorso!; la felicità non consiste (invece di è) nei soldi; che cosa è accaduto (in luogo di è stato)?; stavamo a Roma; ci trovavamo a Napoli.
Ci sono alcune locuzioni particolari, però, in cui la mia presenza – a dispetto di alcuni colleghi invidiosi – è indispensabile, sempre per una questione di... raffinatezza. Permettetemi, quindi, di pavoneggiarmi elencandovi le espressioni in cui insigni linguisti ritengono di primaria importanza la mia partecipazione. Eccole:
ci siamo!, locuzione che si adopera quando si vuole mettere in evidenza il fatto di essere giunti nel momento decisivo oppure quando ci troviamo di fronte a qualcosa che aspettavamo e temevamo;
come se nulla fosse, locuzione usata per indicare la facilità e la naturalezza di un determinato avvenimento: ha superato quella tremenda prova come se nulla fosse;
che è e che non è, modo di dire usato, a volte, in sostituzione dell’avverbio improvvisamente.
Prima di passare la penna al collega Avere, consentitemi ancora, gentili amici, di ricordarvi che la mia presenza è altresì indispensabile quando si desidera sottolineare l’appartenenza o, meglio, il concetto di appartenenza: quella penna è mia; quando si vuole indicare una qualità: è un uomo di cuore; quando si desidera mettere in evidenza l’effetto di qualcosa: la tua vicinanza mi è stata di conforto. Infine, e lascio lo spazio ad Avere, allorché si vuole indicare la destinazione a un ufficio: è di turno la mattina.
Eccomi qui, amici, sono il verbo Avere. Al contrario di Essere, però, ho meno pretese. E mi spiego. Il mio impiego oltre a quello di ausilio ad altri verbi (insieme con Essere sono chiamato, infatti, verbo ausiliare) serve per indicare l’idea del possesso, che può essere tanto materiale quanto morale: ha molti soldi; ha una buona memoria.
Sono pochi, per la verità, i casi in cui posso essere sostituito con altri verbi più appropriati, non mi dilungherò, quindi, nell’elencarli. Vi prego soltanto, questo sì, di adoperami in alcune espressioni particolari perché la mia presenza – per usare le parole di Essere – dà un tocco di raffinatezza ai vostri scritti.
Sono indispensabile, per tanto, nelle seguenti locuzioni: avere in animo, nel senso di pensare; avere la luna, nel significato di essere irritati, di cattivo umore; averne fin sopra i capelli, per dire di essere stanchi di una cosa; avere un diavolo per capello, nel senso di essere nervosi, inquieti; avere le mani in pasta, essere, cioè, impegnati in qualche affare; avercela con uno, provare odio, antipatia, rancore verso qualcuno; aver luogo, nell’accezione di svolgersi; aver colpa, essere colpevole. Non trovate, cortesi amici, queste espressioni più appropriate al concetto che si vuole esprimere? Amici scrittori, che ne dite? Essere ed io abbiamo peccato di presunzione?
Vi ringrazio della vostra attenzione e insieme con Essere esprimo la gratitudine al Direttore del portale per la possibilità che dà a tutti, indistintamente, di esprimere liberamente le proprie idee.
Grazie ancora e a risentirci.
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