Consigli linguistici

Alcuni consigli del linguista Luciano Satta (per coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere, aggiungiamo).

RAGGIUNGERE.
Ecco un paio di casi nei quali è bene fare a meno di questo verbo: «E' stato raggiunto da sette colpi», «Un colpo l'ha raggiunto al torace» (meglio «E' stato colpito sette volte», «Un proiettile lo ha colpito al torace»); «Il presidente ha raggiunto Milano alle dieci» (meglio «Il presidente è arrivato a Milano alle dieci»).

SCOPO INTIMIDATORIO.
Siccome si pensa che i poliziotti, quando durante una manifestazione sparano in aria, non lo facciano per colpire le rondini e tanto meno i pensionati al balcone, dire che i medesimi «hanno sparato in aria a scopo intimidatorio» è superfluo.

VIGORE.
«E' in vigore da oggi» sta bene; ma non sta bene «Va in vigore da oggi»: in questo caso bisogna dire «Va in vigore oggi»; una legge andò in vigore tre mesi fa, non andò in vigore da tre mesi fa.

PRIMA PERSONA.
Finirà, come tante altre mode. Ma intanto segnaliamo l'abuso dell'espressione in prima persona: Ha affermato che risponderà in prima persona delle sue iniziative. Quasi sempre se ne può fare a meno.

RIPETERE.
Si legge spesso: Il fatto «si è ripetuto per la seconda volta». Bisogna pensarci bene: un fatto che «si ripete per la seconda volta» è un fatto che accade per la terza volta. Se non è così, meglio usare verbi come accadere, avvenire eccetera.

05-07-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Quadrare il cerchio

Abbiamo letto sulla stampa la cronaca di un ricevimento mondano di una principessa che «indossava una camicietta lilla su pantaloni marroni». Riteniamo superfluo ricordare agli amici che amano la lingua la regola secondo la quale le parole in  cio e  cia perdono la i quando vengono alterate (vezzeggiativi): camicia, camicetta; ufficio, ufficetto.
Quanto a marroni, riportiamo un intervento scritto un anno fa, all'incirca. Sappiamo benissimo che i più lo considerano un aggettivo e lo concordano, quindi, con il sostantivo cui si riferisce cadendo, però, in un madornale errore (con buona pace di gran parte dei vocabolari).
Marrone, dunque, non è un aggettivo come giallo, verde, rosso, nero ecc., ma un sostantivo che significa color del castagno, del marrone e resterà, quindi, invariato: guanti (del color del) marrone; giacca (del color del) marrone; scarpe (del color del) marrone.
Nessuno, infatti, si sognerebbe di dire camicie rose; capelli ceneri ma correttamente: camicie rosa (del color della rosa); capelli cenere (del color della cenere).
Perché, dunque, marrone deve essere violentato? Sappiamo benissimo che è impresa ardua, una battaglia perduta in partenza pretendere che le nuove leve (ma non solo, ahinoi!) della carta stampata conoscano la grammatica come le loro tasche (colpa loro?, degli insegnanti?, dei programmi?); sappiamo benissimo che pretendere tutto ciò equivale a cercare la quadratura del cerchio, ma non ci arrendiamo: in questo caso il cerchio potrebbe diventare quadrato, anche se il modo di dire sta a significare di volere l'impossibile.
Verso la fine del XIX secolo il matematico tedesco Ferdinand von Landemann dette, infatti, una risposta definitiva al problema della quadratura del cerchio: non è possibile costruire per via elementare (con riga e compasso) un quadrato equivalente ad un cerchio dato. Di qui, per l'appunto, il detto quadrare il cerchio pretendere, cioè, una cosa assolutamente impossibile.

02-07-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Lo slogan

Oggi va tanto di moda la parola barbara slogan che come recitano i vocabolari è una «frase molto concisa ed efficace, usata in campo propagandistico e pubblicitario». Vogliamo vedere che cosa è, esattamente, questo termine che in buona lingua italiana va evitato?
Slogan, dunque, è vocabolo scozzese composto con le voci gaeliche sluag, esercito e gairm, grido e alla lettera significa grido di guerra, anzi, grido dei soldati. È il grido lanciato dai soldati allorché vanno all'assalto per far coraggio a sé stessi e incutere paura al nemico.
Il grido, si sa, crea eccitazione collettiva e attenua la percezione del pericolo cui si va incontro; lo slogan, insomma, è una sorta di medicamento psicologico contro la paura. Oggi, con questo termine, non si intende più un grido di guerra vera, bensì pubblicitaria e i mezzi di comunicazione di massa (giornali e radiotelevisioni) ce lo propinano senza soluzione di continuità.
Oggi, dunque, lo slogan è un grido che non sparge sangue ma pubblicità. È, insomma, una frase pubblicitaria o propagandistica che serve a catturare l'attenzione delle persone. Si pensi in proposito – senza entrare nel merito – ai vari slogan coniati dai leghisti.
Non possiamo concludere queste modeste considerazioni sullo slogan senza riportare ciò che dice il Panzini nel suo Dizionario: «Si è tentato l'adattamento italiano slògano. Grazie a Dio la proposta non trovò il successo sperato in quanto l'omologo italiano è motto e anche e forse soprattutto per la confusione che sarebbe sorta con la terza persona plurale del presente indicativo del verbo slogare: slogano».
In italiano, dunque, c'è la voce motto che fa alla bisogna; se proprio si vuole adoperare questo barbarismo lo si lasci invariato, per lo meno. Ci è capitato di leggere: «Tutti i manifestanti gridavano slogans contro il ministro».

29-06-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink