Tenere

A proposito di verbi, è sconsigliabile – in buona lingua italiana – l'uso del verbo tenere con il significato di avere, possedere.

Ancora: non è corretto ritenerlo sinonimo di stimare, giudicare, reputare e simili.

Le stesse considerazioni per quanto attiene alla locuzione (di uso prettamente regionale) tenere il letto, al posto di rimanere a letto e, infine, quando si usa tenére nel senso di importare, volere, desiderare.

25-06-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Esurire...

Dal sito Cruscate siamo venuti a conoscenza di un verbo che, lo confessiamo, non... conoscevamo: esurire. Peccato che molti vocabolari non lo attestino.
Disseppellisco questo filone per proporvi il bellissimo verbo esurire, pulcro più nella forma del participio presente esuriente e in quella del gerundio esuriendo, di dantesca memoria (Purg., 24-154): E senti' dir: «Beati cui alluma tanto di grazia, che l'amor del gusto nel petto lor troppo disir non fuma, esurïendo sempre quanto è giusto!»
Il verbo, marcato come letterario antico dal Battaglia ma come solo ‘letterario' dal GRADIT, si coniuga esurisco, esurisci, ecc., e significa «Aver fame; aver voglia, bramare».
Incompleta (e quindi in parte sbagliata) l'annotazione del GRADIT: «forme attestate: ger. pres. esuriendo, inf. pres.». È attestato anche il participio presente esuriente, in S. Maria Maddalena de' Pazzi e in Pascoli (e, vedo nella LIZ, anche in Serdini).
Chiudo con una noterella: in inglese si usa tuttora, perlopiù in tono scherzoso, l'aggettivo esurient. Hanno tolto le ultime lettere della forma latina, per rendere il forestierismo di fattura anglofona.

22-06-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Al cardiopalma? No, al cardiopalmo

Molti linguisti – siamo certi – dissentiranno su quanto stiamo per scrivere; la cosa, però, non ci preoccupa più di tanto in quanto siamo sicuri della bontà della nostra tesi a proposito della frequenza dei battiti cardiaci. E ci spieghiamo.
Le cronache sportive dei giornali e delle radiotelevisioni vogliono a tutti costi farci convivere con un sostantivo che a nostro giudizio è errato: cardiopalma.
A nostro avviso (checché ne dicano i soliti vocabolari permissivi) si deve dire cardiopalmo (con tanto di o finale) perché questo sostantivo che indica – come abbiamo visto – la frequenza dei battiti cardiaci è di provenienza greca essendo composto con καρδία, (kardìa, cuore) e παλμός (palmòs, battito), derivato di πάλλειν (pàllein, agitare). La a finale, quindi, (cardiopalma) non trova una giustificazione dal punto di vista prettamente etimologico.
Il cardiopalmo, dunque, nel linguaggio medico, è lo stesso che palpitazione, vale a dire percezione soggettiva del battito cardiaco, di solito accelerato: fenomeno che occorre nelle più varie condizioni fisiologiche e patologiche e in genere quando vi è tachicardia. Non si dice, infatti, far venire il cardiopalmo? La forma errata, dunque (cardiopalma), e divenuta di uso comune, potrebbe esser nata dal fatto che la frequenza dei battiti cardiaci mette in uno stato di agitazione che provoca un tremore della palma, cioè della parte interna della mano.
È incontrovertibile, del resto, il fatto che il palmòs greco non ha nulla in comune con la palma (della mano) latina. Per quanto ci riguarda, quindi, diciamo e scriviamo, sempre, cardiopalmo (con la o) e bolliamo come eretici linguistici coloro – le così dette grandi firme, soprattutto – che, trincerandosi dietro il luogo comune secondo il quale l'uso fa la lingua, insistono superbamente nell'adoperare la forma scorretta.

18-06-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink