Pezza da piedi
Essere una pezza da piedi. Chi non conosce questo modo di dire che in senso figurato si dice di una persona che si ritiene meriti poca stima, se non addirittura incapace di qualsivoglia compito? Ma perché pezza da piedi?
Le pezze da piedi erano, nei tempi andati, delle strisce di tessuto che si avvolgevano alle caviglie e ai piedi e avevano la funzione delle odierne calze.
Per lunghissimo tempo furono adoperate solo dai ceti elevati e dai guerrieri; poi con il trascorrere degli anni il loro uso si estese al popolo e ai soldati. Tale usanza durò fino alla Grande Guerra.
La proposizione
Stupisce il constatare che molte persone confondono la preposizione con la proposizione, ritengono, cioè, i due termini l'uno sinonimo dell'altro. Vediamo, quindi – sia pure per sommi capi – che cosa è la proposizione (con la o).
Ce lo dice la stessa parola latina dalla quale deriva (propositio, cosa proposta alla considerazione, alla discussione e, per tanto, argomento, concetto) vale a dire «gruppo di parole unito a un verbo che esprima un pensiero riguardo a un dato argomento», insomma una frase: Giovanni legge attentamente; Paolo rimira le stelle; Giuliano risolve i cruciverba.
In tutti questi esempi ogni parola è unita a un verbo e forma, o meglio esprime un concetto proposto (proposizione) alla nostra attenzione. Gli ingredienti essenziali di una proposizione sono il soggetto e il verbo, senza quest'ultimo, anzi, non si ha alcuna proposizione in quanto il gruppo di parole risulterebbe slegato.
Ma cos'è il soggetto, elemento principe – dopo il verbo – di una proposizione? Semplicissimo: è la persona, l'animale o la cosa di cui si parla.
Viene dal latino subiectus ed è l'elemento sottoposto a un giudizio, vale a dire – per usare le parole del linguista Francesco Ugolini – «il termine di cui si afferma una maniera d'essere o d'agire».
Negli esempi sopra riportati affermiamo che Giovanni legge attentamente, che Paolo rimira le stelle e che Giuliano risolve i cruciverba; Giovanni, Paolo e Giuliano sono, per tanto, elementi sottoposti a una nostra considerazione.
Attenzione, quindi, non si confonda la preposizione con la proposizione: il figlio di un nostro conoscente ha scritto – in un compito in classe – che trovava «difficoltoso riconoscere i vari complementi contenuti in una preposizione». Riteniamo superfluo riportare il giudizio negativo dell'insegnante, fortunatamente di quelli con la i maiuscola.
E visto che siamo in tema di proposizioni evitate – se desiderate scrivere forbitamente – di adoperare l'avverbio onde seguito da un infinito (anche se usato da firme eccellenti): ti scrivo onde avvertirti del mio arrivo.
Si dirà, correttamente, ti scrivo per avvertirti del mio arrivo. Sì, siamo caduti nella pedanteria, ma non importa.
Onde, è bene ricordarlo, è un avverbio di luogo, precisamente di moto da luogo, è il latino unde e vale da dove; non ci sembra corretto adoperarlo, quindi, per introdurre una proposizione finale o causale. Non è, insomma, una parolina multiuso anche se molte così dette grandi firme non si fanno scrupolo alcuno dell'uso improprio.
Abbiamo sempre detto, infatti, che non tutti gli scrittori sono linguisti e che non tutti i giornalisti sanno adoperare la lingua a dovere. Voi, amici, seguite chi volete; se desiderate, però, scrivere (e parlare) correttamente diffidate di queste firme illustri.
Avere tutto il cotone a riva
Ecco una locuzione sconosciuta ai più — perché di uso raro — ma che tutti indistintamente vorrebbero provarla almeno una volta nella vita in quanto, in senso figurato, sta a significare di procedere bene, senza alcuna difficoltà, in un’impresa considerata difficile.
Il modo di dire ci è stato regalato dal gergo marinaro. Come si sa, un tempo le imbarcazioni andavano a vela e il cotone era, in gergo, la vela, chiamata anche
tela; la riva, invece, era sinonimo di alberatura.
Tutte le imbarcazioni che avevano il cotone a riva potevano, quindi, affrontare tranquillamente il viaggio perché tutto sarebbe proceduto per il meglio.
Di qui, per l’appunto, l’uso figurato dell’espressione.
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