Accelerato, ma non tanto...

In una delle nostre chiacchierate con voi, gentili lettori, abbiamo scritto — se la memoria non c’inganna — che il nostro bellissimo idioma è ricco di vocaboli la cui etimologia non rispecchia più l’accezione odierna: molte parole, infatti, con il trascorrere del tempo hanno acquisito un significato completamente diverso, anzi opposto a quello originario. Vogliamo toccare con mano?
Prendiamo, per esempio, il treno accelerato chiamato, oggi, locale. Questo tipo di treno quando venne introdotto rispecchiava fedelmente il nome: dal latino accelerare, composto di ad più celer (veloce). Questo convoglio, infatti, doveva essere più veloce, più accelerato del treno già in servizio: il famoso omnibus che, come dice la stessa parola, dovendo servire per tutti (omnibus) fermava dappertutto, in tutte le stazioni. Poiché il nuovo convoglio saltava qualche fermata, la sua velocità risultava accelerata rispetto ai precedenti treni.
In seguito le tecniche ferroviarie si perfezionarono, aumentarono le esigenze dei trasporti, nuovi tipi di convogli ferroviari entrarono in servizio. Si presentò, quindi, la necessità di altre denominazioni come diretto, direttissimo, rapido, espresso e l’accezione di accelerato si modificò fino a diventare quasi assurda perché la denominazione indicava un concetto opposto a quello della sua etimologia.

16-04-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Quando è nato il lei?

L’usanza di dare del lei in segno di rispetto verso la persona cui ci rivolgiamo si può datare, storicamente, attorno al secolo XV. Nei secoli precedenti — parlando o scrivendo — si dava del tu se ci si rivolgeva a una persona con la quale si aveva una certa familiarità e del voi, invece, se il nostro interlocutore era un personaggio di alto rango o con il quale non si era in confidenza. Vediamo, ora, come è nato il lei, pronome prima... sconosciuto.
L’avvento e il consolidarsi delle varie Signorie - a partire dal secolo decimo quarto - determinò, oltre a un sostanziale sconvolgimento delle condizioni politiche, economiche, sociali, culturali e di costume, nuove regole di vita; regole improntate all’insegna della raffinatezza più squisita e della solenne esteriorità.
Si capisce benissimo, quindi, come in tale habitat il formalismo divenisse regola di vita e come i cortigiani facessero a gara — nell’intento di accattivarsi la riconoscenza del potente — nelle manifestazioni ossequiose e molto spesso adulatrici nei confronti del padrone che — se non incoraggiava tali espressioni ossequiose — certamente non le disdegnava.
Nacque, così, l’usanza di indirizzare il discorso al signore non rivolgendosi direttamente a lui, cioè alla sua persona ma all’idea astratta di cui costui — nell’intento adulatore di chi parlava — era, per così dire, la personificazione: ci si rivolgeva, dunque, al sovrano adoperando, di volta in volta, titoli come Vostra Magnificenza, Vostra Signoria, Vostra Eccellenza e simili.
Questi titoli, nel Quattrocento, erano stati ufficializzati e nel parlare e nello scrivere si adeguava a questi la concordanza pronominale; si adoperava, cioè, ella, essa e lei in riferimento, per l’appunto, a vostra magnificenza, vostra signoria, ecc.
Tale uso si estese, molto rapidamente, nella prima metà del Cinquecento grazie soprattutto agli Spagnoli, presenti sul nostro patrio suolo, che gratificavano con titoli onorifici anche coloro che non avevano l’autorità signorile (le così dette persone comuni). Questo fatto accrebbe la popolarità del lei che, perso l’originario e specifico valore di forma di ossequio, divenne pura e semplice formula di rispetto, in diretto riferimento alla persona cui si indirizzava il discorso e lo scritto.
Occorre ricordare, anche, che l’uso del lei raggiunse solida e completa stabilità linguistica quando si cominciò ad adoperare questo pronome non più con funzione esclusiva di complemento ma anche — come è tuttora d’uso — in funzione di soggetto.
Da sottolineare, in proposito, il fatto che — poche persone lo sanno (?) — quando il predicato si riferisce a una persona-uomo si accorda, nel genere, con il maschile: Lei, signor direttore, è veramente buono (non buona).

15-04-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


La pasta sciocca

– Il signore ordina? – Una pasta sciocca. Spiacente – risponde l’imbarazzatissimo cameriere, che non aveva capito la richiesta – questo è un locale alla buona, a conduzione familiare; non abbiamo piatti ricercati.
– Ma questo non è un piatto ricercato – ribatté con un moto di stizza l’avventore – è un normalissimo piatto di pasta senza sale e senza sugo.
Sì, proprio così. Sciocco, particolarmente adoperato in Toscana e da alcuni vocabolari registrato come toscanismo, appunto, si può classificare tra le parole così dette idiote; quelle parole, cioè, che spurgate della loro volgarità entrano a pieno titolo, e quindi in forma corretta, nel patrimonio idiomatico nazionale.
L’origine, come il solito, è... latina: ex succum, alla lettera senza sugo (quindi senza sale, insipido). In senso figurato, quindi, uno sciocco è una persona priva di accortezza, di buon senso, di acume, d’intelligenza; insomma una persona senza sale in zucca.
Sciocco ci richiama alla mente un barbarismo orrendo (registrato, naturalmente, anche da alcuni vocabolari): il verbo scioccare (o, ancora peggio, chokkare) che con l’aggettivo sciocco non ha nulla che vedere.
È, infatti, l’adattamento del verbo francese choquer nel significato di colpire, ferire, urtare, turbare, impressionare, derivato, a sua volta, dall’olandese schokken.
Costa molta fatica dire o scrivere, per esempio: quella persona è rimasta turbata dalle sue parole? Perché dobbiamo adoperare scioccare quando – come abbiamo visto – la nostra lingua offre una vastissima scelta di verbi che fanno alla bisogna? Forse l’uso dei barbarismi rende la nostra prosa più scorrevole? Non crediamo proprio.
Anzi... Il barbarismo – sostiene il grande maestro Tommaseo – «è usare senza necessità voci straniere, mutare la forma grammaticale e analogica delle voci, pronunciare o scrivere spropositato».
Di là da ogni dissertazione, comunque, è meglio leggere scioccare che restare... scioccati davanti a shochàre, come malauguratamente ci è capitato di vedere in un titolo di un giornale che fa opinione.

14-04-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink