Il più presto o al più presto?
Un gentile lettore ci prega di scioglierli un dubbio che lo assilla da tempo: il più presto possibile o al più presto possibile? Alcune Tv private – ci fa sapere il lettore – fanno comparire un videogramma in cui è scritto: «Le trasmissioni riprenderanno il più presto possibile»; altre, invece, scrivono: «Le trasmissioni riprenderanno al più presto possibile». A questo punto, si domanda il lettore, dando per corretta la prima versione, dovrò dire «Il lavoro riprenderà l’alba»?
Sciogliamo subito il dubbio: entrambe le versioni sono corrette. E facciamo subito la prova del nove. Si può dire le trasmissioni riprenderanno il più presto possibile perché è corretto dire le trasmissioni riprenderanno il 25 gennaio; si può altresì dire le trasmissioni riprenderanno al più presto possibile perché non è errato dire le trasmissioni riprenderanno alle 18.30. Non esiste una norma grammaticale, è solo una questione di gusto linguistico.
L’avverbio di tempo presto nella forma del superlativo relativo diventa una locuzione avverbiale che può essere introdotta tanto dall’articolo il quanto dalla preposizione a (semplice o articolata): il più presto o al più presto. Personalmente preferiamo al perché il complemento di tempo determinato è introdotto, generalmente, dalle preposizioni a, in, di, su, circa: verrò alle 15.30; le rose sbocciano a maggio; sarà qui in cinque minuti.
Al più presto possibile, quindi, rispecchia fedelmente il predetto complemento di tempo determinato che determina, appunto, (sia pure approssimativamente) il tempo o il momento in cui l’azione espressa dal predicato si svolge, si è svolta o si svolgerà. Si riconosce facilmente perché risponde alla domanda sottintesa quando?, in che momento? ed è rappresentato da un nome o da un’altra parte del discorso preceduta da una delle preposizioni su menzionate.
Può essere rappresentato anche da un solo avverbio (oggi, domani, ieri) o da una locuzione avverbiale (lì per lì). Può essere altresì espresso, in alcuni casi, da un sostantivo preceduto dall’articolo: il pomeriggio; la sera; il mattino. Sono errate dunque, anche se in uso, le espressioni alla sera; al mattino; al sabato ecc. Correttamente: la sera; il mattino; il sabato.
C'è fattura e... fattura
Breve viaggio nella foresta del vocabolario alla ricerca di parole omofone (parole che hanno la medesima grafia ed il medesimo suono) ma di significato diverso di cui la nostra lingua è molto ricca. Prendiamo, per esempio, il termine fattura, parola omofona, appunto, ma con diversi significati.
Quello più comune è noto a tutti; se non altro basta aprire un qualsivoglia vocabolario e leggere: «l’atto e l’effetto del fare; l’opera di artigiani in genere e lista nella quale è annotato l’importo delle spese occorse per compiere un lavoro e quello richiesto, da chi l’ha eseguito, per la sua prestazione».
Ma fattura vale anche stregoneria, malia. C’è fattura e… fattura, quindi. Questa stessa parola, dunque, come può contenere significati così diversi tra loro? La diversità è solo apparente in quanto la matrice è unica: il latino factura, tratto da factus, participio passato di facere (fare). A questo punto possiamo dire che la fattura, propriamente, è l’ azione del fare.
Un sarto, per esempio, quando fattura un abito non compie l’azione del fare (un vestito)? Quindi lo… fattura. La medesima cosa vale per la fattura commerciale. Colui che compila la lista del lavoro svolto con il relativo costo non fa altro che compiere l’azione del fare… la lista. Bene. La medesima cosa fa colui che compie una stregoneria.
In origine, però, la fattura non valeva stregoneria come la intendiamo oggi, bensì fare sacrifici agli dèi, attendere alle cose sacre. E in latino si diceva, infatti, facere rem sacram, fare una cosa sacra, vale a dire compiere l’azione del fare una cosa sacra operando con la mano. Di qui il significato estensivo di compiere l’azione del fare filtri, incantesimi e via dicendo. Da questa azione è nato il verbo denominale fatturare con i relativi significati: annotare in fattura le vendite effettuate; compiere un incantesimo; affatturare e manipolare; adulterare; sofisticare; alterare una sostanza mescolandovi materie estranee.
A questo proposito occorre notare, però, che non sempre adulterare e fatturare sono sinonimi l’uno dell’altro, vale a dire che non necessariamente fatturare ha un valore negativo come il cugino adulterare. E spiega benissimo questo concetto G. Cusmano nel suo Dizionario metodico-alfabetico di viticoltura ed enologia. Vediamo.
«Un vino può essere adulterato, e può essere fatturato. Si adultera un vino aggiungendogli sostanze nocive alla salute, come acido solforico, fucsina (un colorante, ndr) ecc.; si fattura unendogli sostanze innocue alla salute, come alcol, zucchero».
Di matrice diversa, invece, le due accezioni di scampo, altra parola omofona incontrata in questo viaggio. Il primo significato, quello di salvezza da un pericolo, da un grave rischio viene dal verbo scampare, composto della particella s e il sostantivo campo e propriamente vale uscir salvo dal campo (di battaglia): non c’è più scampo.
La seconda accezione, quella di crostaceo marino commestibile (scampo, appunto), proviene da una voce veneziana composta sempre della particella s più il sostantivo greco hippocampos e divenuto scampo per la caduta delle sillabe iniziali hippo.
Intendere e capire
Ci sia consentito, ogni tanto, di peccare di presunzione, anche se non abbiamo la minima intenzione di fare il barbassòro, vale a dire di atteggiarci a persona che crede di avere grande importanza per autorità e per… sapienza.
Vogliamo solamente dimostrare che, contrariamente a quanto si creda, i verbi capire e intendere non sono completamente sinonimi: tra i due c’è una leggera sfumatura di significato. Vediamola assieme, sia pure per sommi capi.
Il primo, in senso lato, sta per contenere; il secondo, sempre in senso lato, sta per tendere (l’orecchio), quindi potremmo dire che equivale a sentire. Non si dice, infatti, che quel tizio non ha voluto intendere, cioè sentire ragioni?
Questa personale tesi è suffragata dall’etimologia dei due verbi e dall’autorità del Tommaseo il quale nel suo dizionario dei sinonimi scrive: «Quando, assolutamente, diciamo non capisce, neghiamo a quel tale capacità (da capire, NdR) di mente a ricevere qualsiasi cosa, almeno di quel genere di cui si ragiona; non intende riguarda segnatamente o tali parole o senso di quelle. Ed è men biasimo e spregio anche per questo, che nell’intendere ha parte l’azione, cioè la volontà (non ha voluto intendere ragioni, NdR); onde negare l’intendimento di tale o tal cosa non è sempre un negare l’intelligenza; dove il negare che altri capisca è un dire che il vaso è angusto e mal formato, un fare quasi disperata la cosa».
Ma vediamo l’etimologia dei due verbi in esame al fine di… capire bene come stanno le cose. Cominciamo proprio da capire. Come il solito, occorre rifarsi al latino. Capire, dunque, è la forma italianizzata del latino capere il cui primo significato era quello di prendere. Una volta passato nella lingua volgare – l’italiano – ha acquisito due distinte forme, una intransitiva e una figurata transitiva, con altrettanti distinti significati.
Il primo significato, intransitivo, derivato dall’originario latino prendere, fu quello di entrarci, esser contenuto, esser preso dentro qualche cosa e in questa accezione si adopera ancora oggi, soprattutto in poesia, nella forma originaria latina capere: questo non ci cape, cioè non c’entra, non può esservi contenuto.
Il secondo significato, quello figurato transitivo, vale sempre prendere, ma con la mente, con l’intelletto, con l’animo: non ti capisco più, vale a dire non ti prendo più con la mente; i tuoi discorsi non li capisco, cioè non li comprendo, non mi entrano nel cervello. Una persona stupida, quindi, non è in grado di capire ma può benissimo intendere, cioè sentire, anche se giuridicamente si dice che una persona non è in grado di intendere (di capire) e di volere.
Come si può ben vedere, quindi, la differenza tra intendere e capire è minima. Però, amici, c’è. E veniamo a intendere che, come capire, è figlio del nobile latino. È composto, infatti, della particella in (verso) e tendere (tirare): tirare verso qualcosa o qualcuno. In senso figurato volgere verso un termine, quindi volgere la mente, gli orecchi verso qualcosa. Di qui i significati figurati di sentire, udire, avere la volontà e… capire.
Non diciamo, infatti, non voglio capire ciò che mi stai suggerendo? Non ho voglia, non ho la volontà di stare a sentirti. Insomma, si perdoni il pasticcio: si può capire e non intendere come si può intendere e non capire. Nell’uso, però, i due verbi si equivalgono. La nostra era solo una puntualizzazione linguistica e non volevamo fare, ripetiamo, il barbassòro.
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