Essere una vergine folle

Pochi, forse, conoscono questo modo di dire, usato in tono scherzoso e riferito a una ragazza ritenuta un po’ stravagante non comportandosi secondo i canoni sociali e della quale, quindi, si ritiene che difficilmente troverà – come usa dire – un buon partito (marito).

La locuzione fa un chiaro riferimento alla parabola del Vangelo di Matteo in cui si narra di dieci fanciulle che – una sera – erano in spasmodica attesa dei rispettivi futuri sposi.

Di queste fanciulle solo cinque ebbero l’accortezza di riempire le loro lampade a olio; le altre cinque, le folli, per l’appunto, perché un po’ svampite e poco previdenti furono costrette ad andare alla ricerca dell’olio per alimentare le loro lampade che, nell’attesa, si stavano spegnendo e non poterono, così, entrare nel salone dove si sarebbero celebrate le nozze.

08-04-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Il bus e il... rebus

Quante volte salendo sull’autobus che vi conduce sul luogo di lavoro vi siete imbattuti in persone che – comodamente sedute – giocano con i rebus che la maggior parte dei quotidiani e settimanali riportano per la felicità dei moltissimi appassionati?
Coloro che non hanno alcuna conoscenza di latino non appena incontrano delle parole terminanti in -bus o in -orum pensano subito alla lingua dei nostri padri. E non hanno affatto torto perché queste due paroline sono tra le più frequenti e sonore della lingua latina. Ricordate il Renzo del Manzoni che nei Promessi sposi si lamenta del latinorum che le persone potenti adoperano a bella posta per confondere i poveri e – in generale – le persone ignoranti?
Orum e bus, dunque, sono due desinenze plurali che servono per indicare rispettivamente il complemento di specificazione e i complementi di mezzo, di termine e di vantaggio. Lasciamo stare le parole in -orum e occupiamoci di quelle in -bus perché due di questi termini sono stati trasportati di peso nella lingua italiana, o, meglio, sono stati rispolverati in epoca non molto lontana; uno di questi è, per l’appunto, il rebus di cui parlavamo all’inizio.
Questo rebus è l’ablativo plurale, vale a dire il complemento di mezzo del vocabolo latino res (cosa e, in senso lato, realtà) e significa, letteralmente, per mezzo delle cose. Il rebus, per tanto, è quel passatempo (che riportano i giornali) che consiste nello scrivere le frasi non con le parole ma per mezzo delle cose (rebus).
Gli appassionati lo conoscono benissimo e sanno che, per esempio, i rebusisti invece di scrivere la parola tre tracciano sulla figura di un re una t e gli esperti leggono subito tre. Per scrivere non hanno adoperato le parole ma le cose (la figura di un re e una t), hanno composto, quindi, un rebus.
L’altra parola, più conosciuta e adoperata, è l’autobus, pena e delizia di moltissimi cittadini. Occorre precisare, però, che l’autobus è un prestito del latino omnibus, complemento di vantaggio, quindi caso dativo del termine, anzi dell’aggettivo o pronome omnes e significa per tutti, a vantaggio di tutti.
Questa parola fu ripresa dalla soffitta della lingua più di due secoli fa e fu adoperata per indicare quel trenino che fermava in tutte le stazioni ed era, quindi, per tutti, a vantaggio di tutti. In seguito il termine fu applicato ai tram urbani (quelli trainati dai cavalli) che erano il mezzo di trasporto a vantaggio di tutti, in contrapposizione alla carrozza privata, riservata ai ricchi e ai nobili.
Con il trascorrere del tempo il vocabolo omnibus fu fuso con altre parole dando origine al filobus, aerobus e autobus. Da notare che i cugini francesi e inglesi, molto più pratici, dicono semplicemente bus.
E visto che siamo in tema di bus parliamo del… quibus o, se preferite, di soldi. Anche questo vocabolo è… latino, esattamente l’ablativo plurale del pronome relativo; desinenza che, come abbiamo visto, serve per indicare un complemento di mezzo. Il termine indica, per tanto, i soldi (quibus uguale con i quali) per mezzo dei quali si può comperare qualsiasi cosa. Il vocabolo, ormai, è diventato un vero e proprio sostantivo corrente sulla bocca di tutti, anche di coloro che non sanno una parola di latinorum.

07-04-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Apparire e proferire

Due parole due sull’uso non sempre corretto di alcuni verbi, uno in particolare: apparire. Leggiamo spesso sulla stampa frasi tipo «l’articolo apparso su questo giornale...». È un uso improprio del verbo, per non dire errato. Le apparizioni – ci sia consentito – sono una caratteristica degli ectoplasmi; un articolo di giornale si pubblica, non appare.
Apparire significa, infatti, manifestarsi e un articolo si pubblica, per l’appunto, non si manifesta. Di converso una persona viva e vegeta compare, non appare: «all’improvviso è comparso Giovanni».
E che cosa dire di profferire in luogo di proferire (con una sola f)? Alcuni ritengono che questo verbo sia sovrabbondante (complici i vocabolari permissivi?), ossia che si possa scrivere (e pronunciare) indifferentemente con una o due f. No, non è così.
Questo verbo cambiando di grafia cambia anche di significato; con una sola f (proferire) sta per dire, pronunciare, esclamare: «Francesco non proferì parola» (non disse una parola); con due f (profferire) significa offrire, regalare, mettersi a disposizione: «Luigi gli profferì il suo aiuto» (si mise a sua disposizione per aiutarlo).
E per finire si deroga a, non da. È un errore ricorrente leggere, per esempio, che il Tizio ha derogato da una legge. Voi, gentili amici che ci onorate della vostra attenzione, se volete ben figurare, non derogate mai a queste piccole norme linguistiche.

06-04-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink




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