Sono dovuta svegliarmi
Un lettore ha posto il seguente quesito al linguista di un importante quotidiano, edizione in rete: «Salve! È sorto un dubbio tra i nostri amici: sono dovuta svegliarmi o ho dovuto svegliarmi. Qual è la forma corretta? grazie».
Ed ecco la risposta del titolare della rubrica linguistica: «Nessuna delle due forme è scorretta. Se vuole una mia preferenza io scriverei: mi sono dovuta svegliare».
No, cortese Professore: solo la seconda forma è corretta. Quando la particella pronominale è attaccata al verbo infinito si deve adoperare SOLO l’ausiliare avere: ho dovuto svegliarmi, appunto.
Insomma, mi sono dovuta svegliare (ausiliare essere quando il pronome riflessivo è proclitico) e ho dovuto svegliarmi (ausiliare avere col riflessivo enclitico)...
È da ritenere corretta l'espressione sono dovuto vestirmi?
Fesso
Se apriamo un qualsivoglia vocabolario alla voce in oggetto, leggiamo: rotto, crepato per il lungo (un vaso fesso, cioè rotto); imbecille, stupido. Che relazione intercorre tra l'imbecillità e la rottura, visto che il termine fesso presenta queste due accezioni? Apparentemente nessuna.
Proviamo, però, a risalire all'etimologia. Nel significato di rotto fesso non è altro che il participio passato (con valore aggettivale) del verbo fendere (tagliare, spaccare, oppure attraversare cosa fitta e folta: fendere la folla, fendere l'acqua); nel significato, invece, di stupido, imbecille, sciocco è voce napoletana derivata da fessa, cioè da vulva.
Chissà perché, nell'opinione popolare, gli organi genitali sono sempre stati sinonimi di stupidità. La fessa, comunque, non è una piccola fessura del corpo? Ecco, quindi, la relazione che – a nostro personale parere – intercorre tra il fesso, inteso come rotto e il fesso nell'accezione di stupido.
Quella nobile credenza...
La nostra lingua è davvero strana! Nel primo caso la credenza ha il significato di convinzione, fede, opinione, fiducia, dottrina e simili. Nel secondo caso, invece, il termine in questione è adoperato per indicare il mobile in cui sono custoditi i cibi, le stoviglie, le posate e quanto altro occorre per imbandire la tavola.
Entrambi i termini, però, hanno la medesima origine: discendono dal verbo credere; sono, quindi, dei deverbali. Tralasciamo la spiegazione della prima accezione, perché ci sembra superflua, e parliamo della credenza come mobile della casa.
Per comprendere bene la relazione che intercorre tra il verbo credere e il mobile (la credenza) è necessario tornare indietro nel tempo, esattamente al Medio Evo. In quel periodo storico le mense dei nobili non erano sicure: il rischio di morire avvelenati era un fatto, potremmo dire, di normale amministrazione.
Per scongiurare questa trista eventualità i signori si erano circondati di persone che avevano l’ingrato compito di assaggiare la pietanza prima del nobile in modo che quest’ultimo potesse credere che cibi e bevande erano assolutamente privi di... veleno.
La cerimonia dell’assaggio era chiamata dar la credenza o far la credenza. Se l’assaggiatore restava ritto sulle proprie gambe il signorotto era sicuro che quanto ingeriva non lo avrebbe portato a sicura morte. Da questa cerimonia il nome del mobile che conteneva le posate e i cibi destinati al nobile palato ed entrato, ormai, nell’uso corrente.
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