Non avere il becco di un quattrino

Un lettore ha chiesto al titolare della rubrica di lingua di un autorevole quotidiano in rete il motivo per cui si dice «Non avere il becco di un quattrino» quando si versa in precarie condizioni economiche.

Il linguista ha gettato la spugna (non ha saputo trovare una risposta). Proviamo a rispondere noi.

Il quattrino era una moneta di rame del valore di quattro soldi in uso in Italia nel XIII secolo e il bordo rialzato della moneta era chiamato, dal popolo, becco. Di qui l’origine del modo di dire.

etimo.it

26-03-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Il carnevale

Dal punto di vista prettamente etimologico il carnevale (o carnovale) è il latino carnem levare, vale a dire togliere la carne, non mangiare carne, insomma. E questo perché è il periodo che precede l’altro periodo in cui la Chiesa (adesso le cose sono un po’ cambiate, ci sembra) proibisce di mangiare carne per tutto il lungo digiuno della quaresima.
Potrà sembrare un po’ strano il fatto che questa festa consacrata – per certi aspetti – alle gozzoviglie possa prendere il nome dalla fine di ogni godimento (la carne). C’è da osservare, a questo proposito, il fatto che originariamente il carnem levare era riferito esclusivamente all’ultimo giorno della festa, vale a dire al martedì grasso, ritenuto giorno preparatorio al digiuno.
Quanto alla storia, si tratta di una festa dalle tradizioni antichissime, tanto da potersi considerare la continuazione della festa dei Saturnali che i nostri antenati Romani celebravano verso la fine di dicembre. Dal punto di vista cristiano il carnevale è il periodo che va dall’Epifania al primo giorno di quaresima e in origine – come abbiamo visto – era il solo giorno che precede alle Ceneri.
Il carnevale, insomma, è «un periodo di divertimento, di allegria, di baldoria immediatamente precedente la quaresima, cioè fino al mercoledì delle Ceneri». Durante il carnevale insomma, se non cadiamo in errore, si consuma quella sfrenata allegria che cessa di colpo con il sopraggiungere della quaresima che apre un periodo di penitenza e di sobrio raccoglimento.
Tornando un momento sulla sua origine etimologica, non possiamo sottacere la tesi di alcuni Autori che fanno derivare il termine dal latino carrus navalis, carro navale, vale a dire nave su due ruote che si usava portare in giro nelle processioni festive (da qui, appunto, la tradizione, ancor oggi viva, dei famosi carri?).
Il carnevale ci ha richiamato alla mente il… “Carnevaletto delle donne”. Diamo la parola a Ottorino Pianigiani – insigne linguista – il quale sarà più chiaro dell’estensore di queste modestissime noterelle.

«Quest’espressione risale al tempo in cui infieriva nelle province meridionali dell’Italia certa strana malattia nervosa attribuita al morso della tarantola, contro la quale si reputava unico rimedio la danza al suono dei tamburelli e dei pifferi. Infatti per risanare o almeno diminuire le sofferenze di questi ammalati, fino al XVII secolo era costume che intiere turbe di sonatori girassero i paesi meridionali d’Italia nei mesi d’estate, e che nelle città e nei villaggi venisse intrapresa in grande la cura dei ‘tarantati’: e questo tempo del ballo e dei suoni appellossi il ‘Carnevaletto delle donne’ mentre esse più che gli uomini se ne interessavano e per tutta la loro provincia accumulavano a tale oggetto i loro risparmi, e trascuravano perfino le faccende domestiche per prendere parte a questa festa e potere compensare i bene arrivati sonatori. Anzi, Ferdinando Medico di Messapia del secolo XVII narra di una certa Mita Lupa, agiata signora, che consumò per tale oggetto tutto il suo patrimonio».
Oggi è caduto il complemento di specificazione ed è rimasto in uso solo carnevaletto, diminutivo di carnevale, con il quale si indica qualunque tempo di allegria e di baldoria. Mentre a Milano, con carnevalone si intende il prolungamento del carnevale dal mercoledì delle ceneri alla domenica successiva e secondo il rito ambrosiano è il primo giorno effettivo di quaresima.
E concludiamo – queste noterelle – con una curiosità che esula dall’argomento trattato. Perché una persona che cambia pensieri e propositi si dice volubile? Perché può ruotare, girare, quindi cambiare (parere). Volubile è, infatti, il latino volubile(m), derivato di volvere (girare intorno, volgere) e, quindi, in senso figurato, mutevole, incostante.
25-03-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


A colloquio col signor Zaffiro

Le televisioni commerciali specializzate nella vendita all’asta di gioielli ci propinano, quotidianamente, nomi di monili la cui pronuncia non è sempre quella corretta. Abbiamo pensato, per tanto, a una intervista impossibile per conoscere da uno degli interessati l’esatta accentazione del nome.
Incontriamo il signor Zaffìro negli studi di una televisione privata: sta per essere venduto all’asta a un prezzo che egli non ritiene adeguato alla sua persona. Ma non è questo che lo irrita tanto quanto il fatto che la maggior parte delle persone pronunciano il suo nome in modo errato: con l’accento sulla a anziché sulla i. Ciò lo rende nervoso, appunto, e scostante ma, vista la nostra garbata insistenza, accetta di riceverci.
– Allora signor Zàffiro, pardon Zaffìro, ha fatto una ricerca particolare sul suo nome? Come mai si irrita se lo chiamano Zàffiro, con l’accento sulla a? – Lei al mio posto che cosa farebbe, accetterebbe con serenità il fatto che tutti o quasi pronunciano in modo scorretto il suo nome? Non si sentirebbe offeso vedendo calpestata la sua “personalità”?
– Ci parli della sua ricerca. Perché la pronuncia corretta deve essere piana, ossia con la i tonica (cioè accentata)? – Come lei certamente saprà, la maggior parte delle parole della nostra lingua sono piane; ma non è questo il vero motivo. La mia discendenza è nobile, vengo, infatti, dalla lingua classica, dal latino saphìrus, con tanto di i lunga che in italiano si deve sentire, quindi va accentata; naturalmente nella lingua parlata, non in quella scritta. Per essere estremamente chiaro aggiungerò che il latino saphìrus non è altro che l’adattamento del greco σάπφειρος (sàppheiros) derivato, a sua volta, dal semitico sappir.
– Se può esserle di consolazione sappia che altri signori, al pari di lei, vedono il proprio nome storpiato: molti dicono rùbrica e non, correttamente, rubrìca; circuìto e non circùito (come, per esempio: corto circuito) anche se la forma circuìto esiste perché è il participio passato del verbo circuire. – Appunto per questo bisogna fare attenzione a non confondere circuìto, participio passato, quindi con la i accentata, con circùito che significa giro, percorso, contorno: corto circuito, per l’appunto. Colgo l’occasione per segnalare la nascita di un’associazione cui possono rivolgersi tutte le parole che vedono calpestata la loro personalità. L’associazione provvederà a mettere alla gogna i colpevoli di lesa lingua. – La ringraziamo per la sua gentilezza e le sue preziose delucidazioni.
– Mi consenta ancora due parole. – Prego.
– Perché nei casi dubbi la gente non consulta un buon vocabolario? – Parole sante; ha perfettamente ragione. Grazie di nuovo.
etimo.it

24-03-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink




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