Ecclesiale ed ecclesiastico

I due termini, all’apparenza sinonimi, a un attento esame mostrano la loro... diversità.

Il primo è solo aggettivo e riguarda la Chiesa sotto l’aspetto spirituale: vita ecclesiale, comunità ecclesiale.

Il secondo è aggettivo e sostantivo e si riferisce alle attività istituzionali, organizzative e gerarchiche della Chiesa: autorità ecclesiastica, diritto ecclesiastico, un alto ecclesiastico, ecc.

È interessante notare, anche, che il primo vocabolo è di formazione recente tanto che non è attestato nel Dizionario etimologico del Pianigiani: etimo.it.

23-03-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


La dispensa e le... dispense

Breve viaggio alla scoperta di parole omofone - parole che hanno la medesima grafia, quindi il medesimo suono - ma di significato completamente diverso, di cui il nostro idioma è ricchissimo. Queste parole le adoperiamo nel parlare quotidiano con la massima indifferenza, inconsciamente, senza renderci conto del fatto che uno stesso termine può assumere, appunto, significati diversi.
Quante volte ci capita di dire frasi del tipo «apri la dispensa e prendi il pane» oppure «è arrivata la dispensa di storia dell’arte» o, ancora, «siamo in attesa della dispensa ministeriale per quanto concerne quell’affare».
Nel primo caso per dispensa si intende un locale (o un mobile) dove vengono riposte le riserve alimentari che giornalmente dovranno essere consumate. Nel secondo caso, invece, il termine indica un numero determinato di fogli di un’opera che si pubblica periodicamente. Nel terzo caso, infine, per dispensa si intende l’esonero, l’esenzione da un determinato obbligo. Vediamo, quindi, come si è giunti alle varie accezioni.
Tutte e tre le dispense hanno il medesimo padre: il verbo latino dispensare, composto del prefisso dis (che indica distribuzione) e il verbo pensare, intensivo di pendere (pesare) con il significato traslato di pagare, quindi distribuire, concedere, dividere, somministrare.
La dispensa, vale a dire il locale o il mobile che contiene i generi alimentari, è così chiamata perché vi si custodiscono gli alimenti che quotidianamente verranno, per l’appunto, dispensati, cioè distribuiti.
La raccolta di una varia disciplina, di un’arte, di una scienza – i fascicoli che vediamo nelle edicole, insomma – prende lo stesso nome perché anche questa dispensa viene distribuita periodicamente.
E veniamo alla terza accezione. Dal significato originario del verbo dispensare, cioè concedere, dare è nato quello di esonerare, vale a dire concedere la facoltà di non fare una cosa, sciogliere da un obbligo. La dispensa ministeriale di cui parlavamo ci concede, quindi, la possibilità di non sottostare a un determinato dovere.
Il verbo dispensare, infine, ha generato altri figli. Vediamone qualcuno. Dispensario: istituto ospedaliero dove si distribuiscono medicamenti gratuiti; dispensiere: colui che ha la cura e la sorveglianza della dispensa; dispensatore: colui che ha la facoltà di distribuire o di esonerare.
Da una cosa nessuno – e lo vogliamo mettere bene in evidenza – potrà mai essere dispensato, cioè esonerato, soprattutto i dispensatori di… cultura, gli operatori dell’informazione: dallo scrivere rispettando le leggi che regolano la nostra lingua.

22-03-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Un rito apotropaico

Chissà quanti amici lettori – inconsciamente – portano con sé oggetti alessicachi oppure – sempre inconsciamente – svolgono riti apotropaici. Non abbiate paura, non fate nulla di sconveniente: allontanate da voi un’influenza maligna o portate con voi oggetti che sono contro la iettatura. Quando, infatti, fate le corna o toccate ferro compite uno di questi gesti. I due termini, probabilmente sconosciuti ai più, sono l’uno sinonimo dell’altro e provengono dal greco.
Quello più… adoperato – quantunque poco conosciuto – è l’apotropaico. È composto con le voci greche από (apò, da, preposizione che indica allontanamento) e τρέπω (trépo, volgo, rivolgo, rivolgo contro, quindi allontano da). È un normalissimo aggettivo della prima classe, terminando in o, e si declina regolarmente. Abbiamo, per tanto, riti apotropaici, preghiere apotropaiche e oggetti apotropaici. Un rito apotropaico o una preghiera apotropaica serve, quindi, ad allontanare un’influenza negativa (o maligna).
Anche il suo sinonimo alessìcaco o alexicaco – come dicevamo – proviene dal greco essendo formato con le voci elleniche αλέξησις (àlexis, protezione) e κακός (kakòs, male): mi proteggo dal male, quindi lo allontano. Questo aggettivo, pure della prima classe, serve, per tanto, a preservare dalle malattie, dalle disgrazie. I lettori medici, del resto, dovrebbero conoscere l’alessifarmaco, vale a dire quel rimedio contro il veleno.
E a proposito di riti vogliamo vedere come è nata la locuzione apotropaica toccare ferro? Ci affidiamo a Giuseppe Pittàno. È l’abbreviazione di toccare ferro di cavallo e ha il significato di fare scongiuri, accompagnato per lo più dal gesto concreto di stringere o toccare un pezzo di ferro per proteggersi dalla iettatura e dalle disavventure.
Nel Medio Evo si inchiodava un ferro di cavallo alla porta per tenere lontano fattucchiere e streghe. L’origine di questa superstizione è inglese. Raccontano le leggende che un giorno il diavolo, sotto mentite spoglie, si presentò a san Dunstano che era un maniscalco, pregandolo di ferrargli il piede porcino. Il santo capì subito che il cliente era il demonio e lo trattò a dovere. Lo legò fermo al muro con una catena, gli forgiò un bel ferro a giusta misura e l’inchiodò a suon di martellate nella zampa del poco raccomandabile cliente.
Inutilmente questo si mise a urlare ma il santo continuava a battere con violente martellate il piede della bestia che dovette darsi per vinta e chiedere pietà. Il santo maniscalco allora come contropartita della liberazione strappò al maligno la promessa di non entrare mai più in un luogo dove ci fosse un ferro di cavallo. Ancora oggi il ferro di cavallo è ritenuto un portafortuna, specialmente se trovato in un sentiero con i chiodi ancora infissi.
Anche un chiodo portato in tasca ha funzioni scaramantiche (apotropaiche, NdR) come il ferro. Un suggerimento a quelli che fissano il ferro di cavallo alla porta: fate attenzione che sia inchiodato con i due bracci verso l’alto e fissato con un numero dispari di chiodi, i quali devono solo reggerlo e non passare per i buchi che lo fissano allo zoccolo del cavallo. I chiodi devono essere arrugginiti (in caso contrario, se non si seguono alla lettera questi consigli, non si ottiene l’effetto apotropaico o alessicaco del ferro di cavallo, NdR).
Nella tradizione nordica invece di toccare ferro si dice toccare legno. Va ricordato in proposito che il nome del legno in tutte le lingue celtiche è omonimo di scienza, di sapere, e gli alberi, specialmente la betulla, il melo, il tasso, sono presenti in tutta la simbologia della vita e della morte.
La bacchetta di nocciolo è generalmente usata in magia per fare incantesimi e per combattere il male. L’altro rito alessicaco, quello di fare le corna per allontanare la iattura, fa notare Ottorino Pianigiani,

vuolsi derivato dall’uso delle donne romane di porsi un anello amuleto nell’indice e uno nel mignolo, d’onde verosimilmente ne sarebbe venuto l’uso di scongiurare la iettatura stendendo codeste due dita e chiudendo le altre

21-03-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink




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