La gelosia è... persiana?
Sì, sembrerebbe proprio di sì; la gelosia è nata in Persia o, per lo meno, nei Paesi dell’Oriente. Non stiamo parlando della gelosia in senso proprio, ossia di quello stato d’animo caratteristico delle persone che, a torto o a ragione, dubitano della fedeltà e dell’amore dell’amato o dell’amata.
Stiamo parlando di quel marchingegno di legno (o di ferro), composto di stecche intelaiate trasversalmente e inclinate, che si mette nelle finestre per lasciare passare l’aria e la luce e non esser visti da occhi indiscreti; in altre parole stiamo parlando delle persiane, oggi sostituite dalle serrande.
Le persiane, chiamate anche gelosie, hanno una stretta relazione con la... gelosia, donde il nome, appunto. Questi serramenti che consentono a chi è dentro di guardare fuori senza esser visto, sono stati inventati proprio per motivi di gelosia: per proteggere le donne che sono in casa dagli sguardi degli uomini.
Le gelosie orientali (i prototipi, potremmo dire) erano fisse, quindi non si potevano aprire; molto spesso erano di pietra e chiudevano ogni porta della casa.
Le persiane arrivate a noi dal lontano Oriente sono state impiegate – come abbiamo visto – per motivi diversi dalla gelosia, oseremmo dire per ragioni più civili, anche se ne ricordano il nome. A questo punto, però, sorge spontanea la domanda: la gelosia è solo persiana?
Fuorilegge o fuori legge?
Molto spesso si leggono sulla stampa frasi del tipo: «Da domani sono fuorilegge le confezioni che non riportano la data di scadenza del prodotto». Queste frasi, a mio modo di vedere, sono contro la... legge linguistica.
Fuorilegge è un sostantivo che significa bandito, delinquente e simili. Nella frase sopra citata fuorilegge si deve scrivere in due parole: fuori legge.
L’univerbazione (parola unica) si ha, dunque,solo quando il sostantivo si riferisce a persone che agiscono fuori della legge (banditi): Giovanni e Mario sono due fuorilegge.
Quando si intende indicare la contravvenzione a una norma, i due termini si staccano: un comportamento, una clausola fuori legge.
La carcere
Il figliolo di un nostro amico ha rimediato un’insufficienza in un componimento in classe perché ha scritto una carcere anziché un carcere, come gli ha fatto rilevare il suo professore di lingua e letteratura italiana. Ci dispiace immensamente per il figlio del nostro amico, ma ci dispiace ancora di più per la pochezza linguistica dell’insegnante di scuola media superiore: l’alunno sbagliando non ha... sbagliato. Ci spieghiamo meglio.
Carcere – e il professore dovrebbe saperlo – nel singolare può essere tanto di genere maschile quanto di genere femminile, anche se quest’ultimo è di uso, per lo più, letterario. Vediamo, per sommi capi, la sua storia per capire la nascita dei due generi.
Il termine carcere, dunque, indica contemporaneamente il luogo, o meglio l’edificio, ove viene scontata la pena e la pena medesima: lo hanno rinchiuso in carcere; gli hanno dato due anni di carcere. In quest’ultimo senso era molto comune, nei tempi andati, l’espressione carcere duro (e ciò spiegherebbe il genere maschile) con cui veniva indicata una pena particolarmente rigorosa.
Silvio Pellico, nelle Mie prigioni, descrive minuziosamente questo tipo di pena: «Essere obbligato al lavoro, portare la catena ai piedi, dormire su rudi tavolacci, e mangiare il più povero cibo immaginabile». Da questa espressione singolare maschile è nato il normale plurale maschile: carceri duri.
Carcere, quindi, nel singolare può essere sia maschile sia femminile, in quest’ultimo caso rispetta la regola dei sostantivi in -e che sono, in buona parte, di genere femminile. Per concludere possiamo affermare che carcere nel singolare è maschile se indica la pena: cinque anni di carcere; carcere preventivo; femminile se indica il luogo: una carcere fatiscente.
C’è da dire, però, che nell’uso i due generi si confondono (e confondono i professori) con una netta prevalenza del maschile. Nel plurale sarà tassativamente femminile: le carceri.
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