Declinare

Riportiamo quanto sostiene il linguista Luciano Satta circa l'uso del verbo “declinare” perché riteniamo interessante ciò che dice:

«Verbo poco sopportabile, sia nel senso affermativo di dire, rendere noto (declinare le proprie generalità) sia nel senso negativo di rifiutare, respingere (declinare un invito, un'offerta). Si obietterà che declinare è più gentile di rifiutare; ma addolcire non è difficile: Ha dovuto rifiutare l'invito, Ha rifiutato con dispiacere l'invito».

01-03-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Perdere la trebisonda

In lingua italiana il nome, sostantivato, della città viene utilizzato nella frase perdere la trebisonda con utilizzo e significato analogo a quello di perdere la bussola (o la tramontana): «essere disorientati o confusi e con il significato aggiuntivo di perdere il controllo, inquietarsi».

Ciò deriva dal fatto che, anticamente, la città di Trebisonda costituiva un importantissimo punto di riferimento visivo per le navi che percorrevano quelle rotte: se mancato, spesso si verificavano tragici naufragi lungo le coste circostanti. (da Wikipedia)

Aggiungiamo noi: Trebisonda costituiva – un tempo – il maggior porto sul Mar Nero e per i mercanti perdere la rotta per Trebisonda voleva significare perdere tutto il denaro investito per il viaggio.

Di qui anche il significato figurato di perdere la testa, perdere le staffe, perdere il lume della ragione.

27-02-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Romanzo a puntate

I giornali (quotidiani e periodici) ma soprattutto le televisioni ci bombardano quotidianamente con romanzi che, data la loro lunghezza, non possono essere ridotti di molto senza alterarne il contenuto; di conseguenza si protraggono nel tempo e vengono proposti agli appassionati a puntate.
A questo proposito avete mai pensato, cortesi lettori, perché questo modo di diluire nel tempo il contenuto di un romanzo si chiama puntata? Abbiamo svolto una piccola inchiesta tra i nostri conoscenti e nessuno, ahinoi, è stato in grado di rispondere. Un ragazzo ha azzardato una risposta a dir poco umoristica: la puntata serve a puntare l’attenzione sul prossimo episodio...
Apriamo, allora, un vocabolario alla voce o lemma puntata e leggiamo: «parte di un’opera di carattere saggistico, artistico e simili che si pubblica isolata dalle altre in fascicolo o su un numero di giornale o rivista cui appariranno successivamente le restanti parti». Bene. La nostra curiosità, però, non è stata appagata completamente; dobbiamo sapere, ancora, perché si chiama puntata.
Questo termine ci è giunto dal linguaggio dei rilegatori di libri: la puntata era, infatti, il numero massimo di fogli che il rilegatore poteva fermare con un unico punto. Per estensione si è dato, quindi, il nome di puntata a tutte le pubblicazioni di carattere periodico concernente un unico argomento (e con l’avvento della televisione lo stesso nome è stato dato agli sceneggiati che si protraggono nel tempo). Ma non è finita.
La puntata, intesa come fermata è anche – come si dice comunemente – una breve escursione, una breve sosta in un luogo: «Fece una puntata a Roma e poi tornò con tutta la famiglia a Cagliari».

26-02-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink




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