Sotto, sopra, contro, dopo
Due parole due sull’uso corretto di alcune preposizioni: sotto; sopra; contro e dopo. Tutte e quattro sono preposizioni improprie che esigono la collega di quando sono seguite da un pronome personale: «sotto di me; sopra di voi; contro di noi; dopo di loro».
Quando, invece, sono seguite da un sostantivo rifiutano categoricamente il di o qualunque altra preposizione: «sopra la casa; contro il nemico; sotto il letto». Si uniscono, insomma, direttamente al sostantivo tramite, naturalmente, l’articolo.
Alcuni vocabolari, però... e alcuni scrittori, per mero snobismo linguistico adoperano la preposizione a e scrivono, per esempio, «sopra a noi; sotto al letto» e via dicendo.
Chi vuole scrivere correttamente non segua questi esempi poco ortodossi linguisticamente.
Il comandante la compagnia o della compagnia?
Rispondiamo ad alcuni quesiti postici dal gentile lettore A. C. di Firenze:
1) si può dire indifferentemente «il comandante la compagnia» e «il comandante della compagnia»; dipende dal valore attribuito al termine comandante: se lo si considera sostantivo sarà seguito dalla preposizione (di, semplice o articolata) che introduce il complemento di specificazione; se, invece, viene considerato un participio presente sarà seguito dall’articolo;
2) il verbo godere può essere transitivo e intransitivo: godere una cosa e godere di una cosa. È intransitivo quando sta per beneficiare; è transitivo quando significa gustare una gioia: «Luigi gode di tutti i benefici previsti dalla legge»; «Mario gode la vostra compagnia», vale a dire gusta la gioia di essere in vostra compagnia;
3) la sola forma corretta è reboante anche se alcuni vocabolari ammettono la forma errata roboante. Non esiste in lingua italiana il prefisso ro-.
Denigrare e insultare
Conosciamo tutti, per pratica, il significato del verbo denigrare: «diffamare, screditare, togliere ad altri il buon nome con volontaria malizia». Bene, soffermiamoci un attimo su quest’ultima accezione per scoprire il significato recondito del verbo. Quando denigriamo una persona, dunque, le togliamo il buon nome. Ma come? Tingendolo di nero.
Denigrare, infatti, vale proprio tingere di nero provenendo pari pari dal latino denigrare, composto con la particella intensiva de e niger, nigri, nero. Usato estensivamente nel senso di annerire il buon nome il verbo in esame ha acquisito, in lingua volgare (l’italiano), il significato figurato di diffamare, tingendo di nero, appunto, il nome di una persona.
Quando, invece, insultiamo qualcuno, vale a dire l’oltraggiamo, l’ingiuriamo, figuratamente gli saltiamo sopra. Anche questo verbo, adoperato in senso figurato, è pari pari il latino insultare, forma intensiva di insilire, saltar su, composto della particella in (su, sopra) e salire (saltare).
Non diciamo, infatti, sempre in senso figurato, che quella persona mi è saltata addosso? Vale a dire, mi ha offeso, ingiuriato. E a proposito di ingiuria, cioè di offesa che lede materialmente o moralmente, quando la mettiamo in atto non facciamo altro che una cosa ingiusta ledendo il diritto di una persona.
Questo vocabolo, infatti, è un derivato del latino iniurus (ingiusto), formato con il prefisso in- negativo (che toglie) e ius, iuris (diritto). L’ingiuria, dunque, è tutto ciò che è fatto in onta al diritto di alcuno, quindi danno, affronto, oltraggio. L’ingiuria, insomma, è ogni fatto detto o scritto dolosamente allo scopo di togliere il buon nome a una persona ed è affine (si badi bene: non uguale) alla denigrazione.
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