Friùli, non Frìuli

Ci spiace dover denunciare la pochezza linguistica di taluni mezzibusti televisivi (e radiofonici) ai quali viene affidata la lettura dei telegiornali pagati con i soldi dei teleutenti i quali, appunto perché pagano, hanno il sacrosanto diritto di pretendere un'informazione... corretta, dal punto di vista linguistico, intendiamo. La faziosità è sempre in agguato e in questa sede non ci interessa. C'interessa, dicevamo, la correttezza linguistica, per la precisione la giusta accentazione delle parole.
Molto spesso, per non dire sempre, i giornalisti radiotelevisivi pronunciano il nome della regione friulana, il Friùli, con l'accento sulla i invece che sulla u. La pronuncia corretta è, dunque, quella piana (accento sulla u: Friùli) perché si deve rispettare l'origine latina del nome che risale al Forum Iulii, l'antica denominazione dell'odierna Cividale.
I mezzibusti televisivi che continuano, imperterriti, a pronunciare il nome della regione con l'accentazione sdrucciola, ossia con l'intonazione sulla i, dimostrano, quindi, di non conoscere né la geografia del proprio Paese né - cosa ancor più grave - la lingua italiana.
Che qualche scrittore di grido abbia usato e usi la forma sdrucciola non giustifica affatto la ritrazione dell'accento che deve considerarsi, a tutti gli effetti di legge linguistica, assolutamente arbitraria. Come abbiamo sostenuto - e sosteniamo - non sempre gli scrittori sono anche valenti... linguisti.

15-02-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Il regalo di San Valentino

Oggi è San Valentino e la tradizione vuole che sia il protettore degli innamorati. Abbiamo pensato, per tanto, di fare un omaggio, un regalo ai giovani innamorati, innamorati, però, della... lingua, spiegando loro l’etimologia del regalo in generale.
Prima, però, per la gioia delle lettrici che ci onorano della loro attenzione, riportiamo un pensiero di Anita Loos sulle cose da regalare (alle innamorate): «Quando ti baciano la mano, questo può farti molto, molto piacere, ma un braccialetto di zaffìri o un diamante durano tutta la vita» (amanti e innamorati, siete avvertiti...). E veniamo al regalo.
Anche in questo caso (come quasi sempre, del resto) dobbiamo chiamare in causa il padre della nostra lingua: il nobile latino. Per spiegarci, però, è necessario prendere il discorso un po’ alla lontana. Vediamo. I Latini, nostri progenitori, avevano un verbo, regere, passato in italiano tale e quale se si eccettua l’aggiunta di una g.
Questo verbo aveva un’infinità di significati: governare, guidare, reggere, condurre, dirigere. Il sostantivo re, infatti non è altro che un deverbale, vale a dire un nome derivato dal verbo in questione, precisamente è l’accusativo re(gem), tratto, per l’appunto, da regere.
Il re, quindi, è colui che regge le sorti di una Nazione, di uno Stato. Da re sono stati formati gli aggettivi regio e regale. Da quest’ultimo, attraverso la lingua dei nostri cugini spagnoli, ci sono giunti i termini regalo e regalare.
Il regalo, propriamente, è un dono al re, mentre lo spagnolo regalar – sempre propriamente – significa rendere omaggio al re. Attraverso i secoli il regalo ha perso il significato originario di dono al re assumendo l’accezione generica di dono, omaggio, regalo e simili; mentre il verbo regalare il significato, sempre generico, di offerta che si ritiene utile e gradita.

14-02-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Ho corso o sono corso?

Tutti sappiamo – più o meno – che con i verbi intransitivi, cioè con i verbi che non introducono un complemento oggetto, l’ausiliare da adoperare per la formazione dei tempi composti è – in linea di massima – il verbo essere: «io sono partito; voi siete tornati; essi sono andati».
In linea di massima, appunto, perché camminare, pur essendo intransitivo, richiede l’ausiliare avere: «ho camminato». Bene.
Alcuni verbi intransitivi, però, possono essere coniugati tanto con l’ausiliare essere quanto con l’ausiliare avere, ma non ad capochiam. In questi casi i sacri testi (le grammatiche e i vocabolari) danno – quando lo danno – uno scarso aiuto: ho corso o sono corso? Entrambi gli ausiliari sono corretti.
C’è, però, un... però. Si userà l’ausiliare essere allorché si vuole mettere bene in evidenza il risultato dell’azione stessa del verbo in oggetto: sono corso subito a casa non appena appresa la notizia. Si adopererà avere, invece, quando si desidera mettere in risalto l’azione del verbo nel suo svolgersi: ho corso tutta la notte alla ricerca di una farmacia.
Per concludere: con i verbi intransitivi che esprimono un moto fine a sé stesso si deve usare l’ausiliare avere: «abbiamo corso; avete volato».

13-02-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink