Fare San Martino

Significa traslocare o trasferirsi, ma anche, in senso più ampio, cambiare luogo di lavoro. L'origine di questa frase fatta risale ad alcuni secoli or sono ed aveva un riscontro pratico sino a qualche decennio fa, quando una grossa parte della popolazione attiva della pianura padana era occupata nel settore agricolo (come mezzadri o braccianti).
L'anno lavorativo dei contadini terminava a inizio novembre e, nel caso il datore di lavoro (proprietario dei campi e padrone della cascina) non avesse rinnovato il contratto con il bracciante per un altro anno, egli era costretto a trovarsi un nuovo impiego altrove, presso un'altra cascina.

In tal caso doveva abbandonare la casa (anch'essa di proprietà del padrone) e trasferirsi nella nuova dimora, con tutta la famiglia al seguito. La data scelta per il trasloco era quasi sempre l'11 novembre, giorno in cui la Chiesa ricorda San Martino di Tours, per tradizione e per ragioni climatiche (il periodo di tempo stabile e soleggiato che contraddistingue — in media — i giorni attorno alla prima decade di novembre sono definiti estate di San Martino).

(da Wikipedia)

11-02-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Riappropriamoci l'idioma

I pochi lettori, amanti della lingua che ci seguono con affetto e assiduità, strabuzzeranno gli occhi e penseranno che apparteniamo alla schiera di persone che predicano bene e razzolano male: riappropriamoci l’idioma?!
No, gentili amici, abbiamo predicato bene anche questa volta (ci sia consentito un pizzico di immodestia); si deve dire, correttamente, «appropriarsi una cosa», non di una cosa.
Come cerchiamo di denunciare sempre, da queste colonne, la colpa dell’imbastardimento del nostro bell’idioma è da attribuire agli organi di informazione (giornali e radiotelevisioni) che fanno a gara nello scrivere (e dire) marronate contribuendo – in tal modo – a confondere le idee (linguistiche) a coloro che della lingua non conoscono l’uso corretto.
Ma gli addetti ai lavori lo conoscono? Dubitiamo fortemente, stando a quanto leggiamo ogni giorno sulla stampa. Ci capita di leggere, infatti, articoli di cronaca dai quali apprendiamo che «i ladri si sono appropriati di cinquanta pezzi di argenteria»; oppure che «i banditi si sono appropriati dell’auto del rapinato». Bene, anzi male, malissimo.
Il verbo appropriarsi è transitivo (nonostante la particella si) e tale deve rimanere; deve essere seguito, cioè, dal complemento oggetto. Appropriarsi, insomma, significa «rendere propria» una determinata cosa; si dirà, quindi, che i ladri si sono appropriati cinquanta pezzi, non di.
Molti credono, erroneamente, che appropriarsi sia un verbo riflessivo come pettinarsi; no, non lo è, o meglio, è usato in senso riflessivo in un solo caso, quando ha il significato di convenire, adattare: è un vestito che ben si appropria alla tua persona.
Riprendiamoci, per tanto, ciò che ci è stato inopinatamente tolto da alcuni pennaioli della carta stampata e no: riappropriamoci la lingua! Cominciamo con lo scrivere crac (senza k) per indicare un fallimento, un crollo finanziario; ciac (e non ciak o ciack) per indicare la tavoletta cinematografica; cric (non crick) per indicare il martinetto.
Accentiamo tutti i numeri composti con il tre: ventitré, cinquantatré, ottantatré. Accentiamo il tre anche se la parola che precede non è un numerale: Raitré. Rispettiamo, o meglio, riappropriamoci la transitività di alcuni verbi come irridere, abboccare. Si sente dire e si legge spesso: irridere alla mia richiesta; abboccare all’amo.
No, cari lettori, amanti della lingua, queste frasi sono errate. Poiché i predetti verbi sono transitivi si dirà, in forma corretta, irridere la mia richiesta e abboccare l’amo. Ci sono dei casi inversi, però.
Alcuni verbi, nati intransitivi, vengono coniugati transitivamente da moltissimi soloni della lingua; il caso più eclatante – si lasci passare questo termine - riguarda il verbo presiedere. Detto verbo significa, alla lettera, «essere a capo di»; non può essere, quindi, seguito dal complemento oggetto: si presiede a un convegno; si presiede a una riunione. Insomma: si è a capo del convegno; si è a capo della riunione.
Riteniamo superfluo aggiungere che molti scrittori, o presunti tali, non si sentono vincolati al rispetto delle norme grammaticali. Ma tant’è.
PS: Leggo nel Battaglia: «È punito… con la reclusione fino a un anno… chiunque, avendo trovato denaro o cose da altri smarrite, se li appropria, senza osservare le prescrizioni della legge civile.»

10-02-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink


Tacciamo e... tacciamo

I verbi tacere, giacere e piacere presentano una particolarità che la maggior parte delle grammatiche non riportano: il raddoppiamento della consonante c – nonostante il tema o radice ne contenga una sola – in alcune voci del congiuntivo e dell'indicativo.
La motivazione che taluni adducono a giustificazione del mancato raddoppiamento della c, per esempio, nella prima persona plurale del presente indicativo del verbo tacere (voce corretta: noi tacciamo) per non confonderla con la prima persona del verbo tacciare non ha ragione di esistere: il contesto chiarisce il tutto.
Perché, dunque, questo raddoppiamento improprio? La motivazione è storica e va ricercata nel fatto che il nostro idioma è un miscuglio di dialetti. La prima persona plurale del presente indicativo e congiuntivo di tacere (ma anche di giacere e piacere) – noi tacciamo – ha subìto l'influenza del dialetto meridionale che – al contrario di quello settentrionale, veneto in particolare – tende al raddoppiamento delle consonanti.
Si dica e si scriva, dunque, noi tacciamo nell'accezione di fare silenzio, nessuno potrà essere tacciato (accusato) di ignoranza linguistica, anzi… A questo proposito invitiamo le “grandi firme” (ma chi stabilisce la grandezza?), quelle che si piccano di fare opinione linguistica, di scendere dal loro piedistallo e di divulgare le voci scorrette che in realtà sono correttissime: noi tacciamo, noi giacciamo, noi piacciamo.
E a proposito di raddoppiamento, il diminutivo di libro è libriccino, con due c, non libricino come sovente ci capita di leggere negli articoli di alcune grandi firme di cui sopra. La motivazione di questa voce scorretta è la medesima: l'influenza della parlata meridionale nella lingua nazionale.
Se non piace libriccino, voce correttissima, ripetiamo, si può ricorrere ad altri diminutivi: libretto, librettino, libello, quest'ultimo, però, usato per lo più in senso spregiativo per mettere in evidenza uno scritto infamante e mordace, sebbene la voce spregiativa vera e propria sia libelluccio.
E sempre in tema di verbi è bene ricordare che espiare significa scontare una colpa non una pena. Si espia il crimine, dunque, non la condanna. Non è corretto, perciò, dire o scrivere «il detenuto sta espiando la condanna a 15 anni di carcere». Si dirà, correttamente: «il detenuto sta scontando (o verbi simili) la condanna».

09-02-2010 — Autore: Fausto Raso — permalink




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