Roba da chiodi
L'origine di questa locuzione che – secondo i casi – può significare roba di pessima qualità oppure la trattazione di argomenti strani o mai sentiti o, più spesso, un'azione spregevole e quindi da biasimare, non è chiara e certa mancando delle testimonianze sicure cui riferirsi.
Fra le moltissime ipotesi, la più verosimile è che quest'espressione vada intesa, letteralmente, come roba da chiodi; roba adatta, cioè, solo per ricavarne chiodi.
È noto, infatti, che un tempo i fabbri adoperavano gli avanzi di ferro, i residui di altre lavorazioni, insomma materiale di scarto per fabbricare i chiodi quando questi (i chiodi) venivano lavorati a mano.
In senso traslato, quindi, roba da chiodi si riferisce a un comportamento non corretto, quasi spregevole come lo era la materia di scarto con cui erano fabbricati i chiodi.
Interessante la spiegazione che dà, invece, P. L. di Vassano secondo il quale il modo di dire alluderebbe ad argomentazioni insostenibili e inconcludenti; a ragionamenti che non hanno né capo né coda e, quindi, abbisognevoli di essere rinforzati con chiodi perché possano... reggere.
A proposito di streghe…
A proposito di streghe, vale a dire di «donne che, nella credenza popolare, sono ritenute in rapporto con le potenze malefiche e accusate di azioni delittuose contro la religione e la società» e, per estensione, donne malvagie, brutte e vecchie, riteniamo altresì interessante vedere l'etimologia che ci rimanda – come il solito – al latino: striga(m), variante popolare di strix (uccello notturno, gufo) e con molta probabilità di origine onomatopeica.
Il cinema e la maschera
Grandissima fu la delusione di Valentino – il figliolo di un nostro carissimo amico – quando, entrando nella sala cinematografica, constatò che il personale che lo aveva accompagnato al suo posto non era affatto… mascherato (come lo aveva immaginato nella sua mente infantile).
Era la prima volta che metteva piede in un locale del genere e il padre gli aveva assicurato che una maschera lo avrebbe accompagnato – con una lampada a pila – durante il tragitto in sala. «Vedrai – gli aveva detto – una maschera ci accoglierà all'ingresso e ci accompagnerà ai posti che le indicheremo».
La delusione del piccolo Valentino, quindi, era motivata e giustissima. Il nostro amico, però, non fu in grado di spiegare al figlio – che ebbe un'altra delusione – la ragione per la quale il personale dei teatri e delle sale cinematografiche addetto al controllo dei biglietti e all'accompagnamento degli spettatori si chiama, appunto, maschera ma non è affatto… mascherato.
Cercheremo di farlo noi – con la speranza che l'amico ci legga e lo spieghi al figlio – con le parole di F. Chiappini: «Sino alla fine del secolo diciottesimo quelli che avevano questo ufficio (gli accompagnatori dei teatri, NdR) portavano la maschera sul viso per poter giudicare con maggiore libertà le differenze insorte tra gli spettatori nel prender posto, e per evitare quindi le recriminazioni che avrebbero potuto aver luogo se fossero stati riconosciuti»
Oggi il personale dei teatri (e dei cinematografi) – come dice il Tommaseo – «non ha più mascherato il viso, ma qualche segno che lo distingua». Per quanto attiene alla maschera vera e propria, cioè il «finto volto di materiale vario, usato per alterare i lineamenti o per non farsi riconoscere», l'etimologia è alquanto incerta.
Alcuni Autori ritengono che derivi dal latino medievale masca (strega) con l'aggiunta del suffisso -era. Le streghe, infatti, sono sempre rappresentate con volti dai lineamenti deformi o orripilanti, tipici, appunto, di alcune maschere.
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