L'emancipazione...
L’emarginazione, di cui abbiamo parlato ieri, ci ha fatto venire alla mente, per assonanza, ma soprattutto per contrasto, l’emancipazione che potremmo definire il suo contrario. Prima di occuparci di questo termine sotto il profilo prettamente linguistico, ci piace riportare un pensiero di Marx – che non commentiamo, come nostro costume – lasciando ai cortesi lettori la libertà di interpretarlo come credono: «La soppressione della proprietà privata è, dunque, la completa emancipazione di tutti i sensi umani e di tutte le qualità umane».
Ma vediamo cos’è questa emancipazione, per la lingua, naturalmente. Questa volta il termine è riportato da tutti i vocabolari in quanto è di chiara provenienza... latina. Alla voce in oggetto possiamo, infatti, leggere: «L’emancipazione è, in senso figurato, il sottrarsi a uno stato di soggezione e la condizione che così si raggiunge». Il tutto, però, non è chiaro se non esaminiamo con attenzione il verbo dal quale il vocabolo proviene: emancipare.
L’emancipazione, quindi, è un deverbale, vale a dire un sostantivo generato da un verbo. A questo punto diamo, però, la parola a Ottorino Pianigiani, illustre glottologo, che sarà di gran lunga più chiaro dell’estensore di queste noterelle (si veda il collegamento in calce all’articolo).
L’emancipazione, per tanto, in senso metaforico è la liberazione da una soggezione di qualunque tipo: emancipare le donne, riconoscere loro, cioè, gli stessi diritti dell’uomo. L’emancipato, quindi, non si può considerare – come dicevamo – l’opposto, vale a dire il contrario dell’emarginato? O no? A voi, amici, giudicare.
etimo.it
Ripetere (considerazioni)
È interessante ciò che dice il linguista Luciano Satta circa l'uso del verbo ripetere:
«Si legge spesso: «Il fatto si è ripetuto per la seconda volta». Bisogna pensarci bene: un fatto che si ripete per la seconda volta è un fatto che accade per la terza volta. Se non è così, meglio usare verbi come accadere, avvenire eccetera».
Chi ha il coraggio di contraddirlo?
In Borsa senza... borsa
Viaggiamo attraverso la foresta del vocabolario italiano alla ricerca di parole omofone (stessa grafia e stessa pronuncia) ma dal significato diverso, facendo tappa alla borsa.
La prima accezione del termine non è abbisognevole di spiegazioni. È interessante vedere, invece, la nascita della borsa nel significato di «Istituto previsto dalla legge per il commercio e la contrattazione dei valori pubblici, cioè titoli di credito, azioni industriali e commerciali, valori privati e merci».
Tra le varie ipotesi sull'origine di questa istituzione, quella più convincente – a nostro modesto parere – la dà L. Guicciardini nel XVI secolo: Borsa (Van de Beursen) era il nome di una aristocratica famiglia di Bruges (Belgio), il cui stemma aveva tre borse. Dal palazzo abitato dalla nobile famiglia prese il nome la piazza della città ove si riunivano i commercianti che in seguito chiamarono Borsa anche le piazze di altre città belghe o straniere dove convenivano periodicamente per le varie fiere. Con il trascorrere del tempo si chiamò Borsa – per estensione – ogni luogo o edificio dove venivano trattati affari commerciali, quindi anche la moderna Borsa.
E a proposito di Borsa – visto che siamo in argomento – due parole sul crack che molti, per non dire tutti, si ostinano a scrivere in modo orrendamente errato. Cominciamo con il dire che si scrive crac (senza il k). È, infatti, una voce onomatopeica che riproduce il rumore di una cosa che si rompe, che si sfascia, che crolla.
Il caso vuole che questo termine si sia diffuso in Italia dal tedesco (non dall'inglese!) Krach, in seguito al crollo bancario, così chiamato, avvenuto a Vienna il 9 maggio 1873. Lasciamo stare, quindi, l'inglese crack (tra l'altro i giornali inglesi adoperano la voce tedesca) e usiamo – per indicare un fallimento, un crollo finanziario – il nostro italianissimo crac, riservando la grafia inglese esclusivamente al campo dell'ippica.
Il crack, infatti, è un purosangue, un cavalo di razza, un cavallo famoso, un campione vanto di una scuderia (l'inglese to crack significa anche vantarsi). Sarebbe bene, però, al fine di evitare equivoci ma soprattutto per scrivere in lingua che la stampa e i mezzi di informazione, in genere, abbandonassero le parole straniere e tornassero alla madre lingua che offre un'ampia scelta di vocaboli che fanno alla bisogna: cavallo campione; campione o anche campionissimo.
Non vorremmo che un giorno si presentasse in Borsa – per colpa dei giornali – un bellissimo crack per essere quotato a un prezzo da capogiro! Se messo alla porta avrebbe tutto il diritto di risentirsi e menare calci a destra e a manca. Non si inganna nessuno, neanche gli animali.
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