L'acchito

L’espressione d’acchito che significa al primo colpo, subito, immediatamente e simili – e accontentiamo il cortese F. P. – si deve scrivere con una sola t perché il termine non è schiettamente italiano ma francese, acquit, derivato da quitte (disimpegnato) e questo dal latino quietus (tranquillo, quieto).

L’acchito è la posizione che nel gioco del biliardo assume la palla (o il pallino) dopo essere stata acchitata, cioè acquietata, fermata in una posizione generalmente sfavorevole all’avversario.

Dall’acchito del gioco del biliardo è nata la locuzione figurata di primo acchito, vale a dire immediatamente, al primo tentativo e simili.

Per concludere, gentile amico, non esistono due grafie entrambe corrette. La sola corretta è quella con una t. Non prenda in considerazione, quindi, le “grandi firme” del giornalismo che scrivono “acchitto”, l’orrore è tutto loro.

28-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Feriale e ferie

«Se feriale deriva da ferie come mai i giorni sono divisi, nei calendari, in festivi e feriali? Ferie non è sinonimo di feste, vacanze ecc.?»
Il motivo è semplicissimo, cortese amico di Lucca, i Latini con il termine feriae indicavano i giorni in cui tutti i cittadini (anche gli schiavi) dovevano astenersi dal lavoro per dedicarsi a cerimonie in onore degli dèi o di personaggi illustri.
Con l’avvento del cristianesimo il dies ferialis (giorno feriale) era sempre un giorno festivo, un giorno dedicato al culto dei santi ma non per questo c’era l’astensione dal lavoro. Un solo giorno era considerato di assoluto riposo, la dies dominica (la domenica, giorno del Signore).
La dies dominica era anche il primo giorno della settimana; il lunedì il secondo (feria secunda), e così via fino al sabato. Ecco, dunque, l’origine del giorno feriale.
Il termine ferie, tuttavia, usato al plurale come il vocabolo latino, ha conservato la primitiva accezione: periodo di riposo, di vacanze. Sono nate così le ferie natalizie, le ferie pasquali e le ferie estive.

27-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


La riffa...

Durante le festività natalizie, ma soprattutto di fine anno – come è consuetudine, ormai – non c’è bar o negozio di generi alimentari (ma non solo) che non organizzi per i propri clienti una grandiosa riffa mettendo in palio il meglio dei prodotti che il mercato possa offrire.
Il termine riffa è conosciutissimo; se apriamo un qualsivoglia vocabolario (anche quelli che definiamo permissivi) alla voce in oggetto, possiamo leggere: «lotteria privata, avente per premio un oggetto di valore».
Ciò che, probabilmente, molti non sanno, o meglio non conoscono, è la derivazione di questo vocabolo – tanto di attualità in questo particolare periodo – che non ha origini italiche bensì iberiche. Riffa è, infatti, l’adattamento della voce spagnola rifa che significa, per l’appunto, lotteria.
Non dobbiamo dimenticare che il nostro Paese, nel corso dei secoli, è stato terra di conquista di molti popoli, tra i quali anche gli Spagnoli; è normale, quindi, che la lingua italiana abbia risentito dell’influenza del lessico di questo popolo.
La lotteria, anzi la riffa, ci richiama alla mente una locuzione, un modo di dire di uso corrente: di riffa o di raffa. Quante volte vi sarà capitato di dire o di sentir dire: «di riffa o di raffa, hai ottenuto ciò che volevi»; lo scopo è stato raggiunto in un modo o nell’altro, comunque sia; questo è, infatti il significato dell’espressione.
Per la spiegazione di questa locuzione occorre sapere che riffa ha anche un’altra accezione: prepotenza. L’etimologia, in questo caso, non è molto chiara. Alcuni Autori fanno derivare il vocabolo dall’uso partenopeo di riffa nel significato di contesa, baruffa. Raffa, invece, deriva dall’antico verbo raffare, aferesi di arraffare (l’aferesi – in linguistica – è la caduta di una o più lettere all’inizio di una parola), afferrare, strappare con violenza.
Di riffa o di raffa, in un modo o nell’altro, quindi – stando all’etimologia dei due termini – sempre di prepotenza.
etimo.it

24-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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