C'è qualità e... qualità
Il linguaggio burocratico - che, ricordiamolo, non fa la lingua - ci ha abituati a frasi del tipo in qualità di...; nella qualità di..., ecc.
In molte lettere di assunzione si può, infatti, leggere: Siamo lieti di comunicarle che dal giorno 10 luglio 2007 lei sarà assunto presso la nostra Società in qualità di segretario. È un'espressione, questa, da evitare se si vuole scrivere e parlare in buona lingua italiana.
Qualità - in casi del genere - si può sostituire con come, con il grado di: sarà assunto con il grado di segretario o, ancora meglio, con l'incarico di segretario.
Come è da evitare - sempre che si voglia scrivere e parlare correttamente - l'espressione di qualità nel significato di buona, ottima qualità: è un libro di qualità; uno spettacolo di qualità.
Fa notare il linguista Rigutini - non l'illustre sconosciuto estensore di queste noterelle - che si tratta del solito francesismo che consiste nel dare un senso determinato a parole che hanno bisogno di una determinazione; una qualità può essere anche cattiva e mediocre oltre che buona.
Eppure oggi tale locuzione è largamente usata, e dicono stoffa di qualità per significare che è un'ottima stoffa. Coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere evitino questi gallicismi. Come? Facendo precedere (o seguire) la qualità dalla sua determinazione: ottima, buona, mediocre e via dicendo.
Trovare il diavolo nel catino
In questi giorni di festa chissà quanti amici lettori hanno trovato il diavolo nel catino perché, invitati a pranzo, sono giunti in ritardo.
L’espressione trovare il diavolo nel catino – forse poco conosciuta – significa arrivare molto tardi e non trovare più nulla da mangiare.
Nei tempi andati l’immagine del diavolo veniva spesso dipinta sul fondo delle insalatiere (catini) in cui i contadini erano soliti consumare i pasti in comune.
Colui che trovava la figura del diavolo nell’insalatiera restava, quindi, senza... mangiare.
Strenna natalizia
Fra qualche giorno è Natale, e per la ricorrenza desideriamo porgere i nostri migliori auguri ai gentili lettori che ci seguono nelle nostre modeste noterelle linguistico-grammaticali. Quale migliore occasione, quindi, per una strenna ai nostri amici se non quella di parlare, appunto, della… strenna?
La strenna, dunque, come tutti sappiamo è un regalo, un dono che si offre a parenti e amici in segno di fratellanza, e perché no?, di convivenza civile. E a proposito di dono, ci piace riportare una massima di Pierre Corneille: «C’è chi regala a piene mani, e nessuno gli è grato; / il modo di donare vale più del donato». Ma torniamo alla strenna.
In questioni di lingua, molto spesso, per conoscere il significato intrinseco delle parole occorre rifarsi alla lingua dei nostri padri: il latino. La strenna, infatti, è il latino strena (con una sola n, si badi bene). Questa strena è una dea romana di origine sabina il cui nome deriva dall’aggettivo latino strenus (beneaugurante). A questa divinità i Romani avevano eretto un bellissimo tempio sulla via sacra, circondato da un piccolo bosco ricco di ulivi e di alloro.
In particolari giorni di festa, soprattutto alle calende di gennaio (Capodanno) i Latini erano soliti recarsi in quel tempio per cogliere da quelle sacre piante un ramoscello da inviare come dono augurale all’imperatore e alle famiglie di alto rango.
Dal nome della dea Strena i Romani chiamarono così questo tipo di regalo che all’inizio era fatto, appunto, di materia vegetale ma con il trascorrere del tempo si trasformò in materiale più consistente, come medaglie di rame, d’argento, d’oro.
Non c’era cittadino dell’Urbe, allora, che a Capodanno non corresse dall’imperatore per porgergli i propri voti augurali, accompagnando il saluto con una strena, un dono, appunto. Questa usanza si è tramandata – come vediamo – fino ai nostri giorni e dal latino strena – attraverso il solito processo linguistico – è stato fatto l’italiano strenna.
Un’ultima curiosità. Con il termine strenna si intende anche una raccolta di poesie, di prose e di altre pubblicazioni edite e messe in vendita durante le festività natalizie per farne, appunto, una… strenna.
Trattando della strenna non si può fare a meno di spendere due parole su un termine affine, non sinonimo (per carità!), vale a dire l’omaggio. In questo periodo l’omaggio, infatti, è particolarmente di moda, soprattutto presso i commercianti che, per farsi pubblicità, sogliono omaggiare i propri clienti. Cos’è, dunque, questo omaggio?
Il termine, intanto, non è schiettamente italiano ma francese: hommage, derivato da homme, a sua volta tratto dal… latino homo. Nel Medio Evo venne chiamato omaggio l’atto con il quale il vassallo o il feudatario poneva le proprie mani distese e giunte fra la destra e la sinistra del suo signore, davanti a lui, a capo scoperto, dichiarandosi «uomo (homme) di suo tenimento», cioè servo a lui fedele e obbligandosi, soprattutto, al servizio militare.
Per estensione il vocabolo ha acquisito, in seguito, l’accezione di rispetto, di onore, di stima e coloro che intendono manifestare questa stima, questo onore, offrono, per l’appunto, un omaggio, cioè un dono.
Per i vocabolari, infatti, l’omaggio è ciò che viene offerto gratuitamente, in dono, per motivi specialmente pubblicitari. Ma attenzione amici nell’omaggiare, cioè nell’ossequiare, perché come fa notare Abate Galiani nelle Lettere, «nel fare una profonda riverenza a qualcuno, si volta sempre le spalle a qualche altro».
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