Scomparso e scomparito
Forse pochi sanno che il verbo scomparire ha due participi passati: scomparso e scomparito che non si adoperano, però, a casaccio.
Un nostro amico ci ha chiesto, in proposito, se ha ragione l'insegnante di suo figlio (V ginnasio) che ha censurato, in un componimento svolto in classe, un ha scomparito.
Non abbiamo altri elementi per poter giudicare l'operato del docente. Sarebbe necessario sapere, infatti, in quale contesto il ragazzo ha scritto scomparito.
Se lo ha adoperato nel senso di ha fatto una brutta figura, ha perso in bellezza, il docente ha... perso alla grande: il giovanotto ha ragione da vendere.
Il verbo scomparire, infatti, nei suddetti significati si coniuga con l'ausiliare avere e il participio passato è scomparito, non scomparso: hai scomparito davanti a tutti; hai fatto, cioè, una brutta figura davanti a tutti.
Ci auguriamo che, in questo caso, il professore non abbia scomparito.
Dappoco e da poco
Entrambe le grafie sono corrette. Per l’uso dell’una o dell’altra, però, consigliamo di seguire i consigli del compianto Aldo Gabrielli, illustre linguista.
«Meglio scriverlo tutt’attaccato quando si riferisce a una persona: Gli uomini dappoco; Chi è dappoco, se perde lo stato, non ha di che dolersi (Boccaccio); Letto e fuoco fan l’uom dappoco e simili. Parlando di cose, invece, sempre staccato: Son cose da poco; Non ti crucciare per un fatto così da poco e simili. Sempre staccato, naturalmente, in senso temporale: L’ho visto da poco, sottinteso tempo. Come sostantivo, sempre attaccato: Sei un gran dappoco; disprezzo i falsi e i dappoco (...)».
Sarebbe bene che i vocabolari mettessero in evidenza la differenza tra la grafia univerbata e quella scissa.
La timidezza...
«I timidi non hanno meno amor proprio che gli arroganti; anzi più, o vogliamo dire più sensitivo; e perciò temono. E si guardano di non pungere gli altri, non per istima che ne facciano maggiore che gli insolenti e gli arditi, ma per evitare d’essere punti essi stessi, atteso l’estremo dolore che ricevono da ogni puntura».
Mentre leggevamo questo pensiero di Giacomo Leopardi ci siamo accorti di aver interrotto il viaggio attraverso la lingua italiana alla ricerca di parole di tutti i giorni per scoprirne il significato nascosto; lo spunto ci viene offerto, appunto, dalle parole dello scrittore recanatese. Cos’è dunque la timidezza di cui sono affetti i... timidi? Si perdoni il gioco di parole.
Basta aprire un qualsivoglia vocabolario e leggere: qualità, carattere di chi è timido; sensazione di disagio, imbarazzo quando si è in presenza di persone estranee e ciò per insicurezza, per pudore, per timore.
Ecco, da quest’ultimo vocabolo possiamo estrapolare il significato nascosto, anche se l’etimologia non è certa. La timidezza, dunque, è un deaggettivale (sostantivo derivato da un aggettivo) che si fa risalire al latino timidus, derivato del verbo timère (temere, aver paura). Il timido, quindi, in senso lato è una persona paurosa.
Colui, invece, che è affetto da arroganza è un essere presuntuoso e prepotente in quanto, come si legge nei soliti vocabolari, è una persona «che pretende più di quello che merita e usa modi insolenti e provocanti».
Anche l’arroganza, come la timidezza, ha natali latini: arrogantia. Viene da arrogare (attribuirsi, chiedere per sé). L’arrogante, insomma, è la persona che vuole a tutti i costi una cosa che non le spetta; esigendola, invece, come se le fosse dovuta per legge. L’arrogante, anche in questo caso in senso lato, è una persona esigente.
È interessante vedere quanto dice sul verbo arrogare il linguista Ottorino Pianigiani. Il verbo, intanto, come dicevamo è di formazione latina essendo composto con la preposizione ad e il verbo rogare, divenuto per assimilazione, l’italiano arrogare (richiedere, domandare).
Ma diamo la parola all’illustre linguista: «Nell’antico diritto romano (arrogare, NdR) significò pure adottare una persona non sottoposta alla patria potestà d’un l’altro: e ciò si disse perché, affin di procedere a questa specie di adozione, occorreva nei primi tempi richiederne il popolo riunito ne’ comizi ed ottenerne il consenso. In seguito all’assenso del popolo si sostituì il rescritto del principe».
E concludiamo con la disinvoltura, che si può considerare il contrario della timidezza. Alcuni fanno derivare il termine dallo spagnolo desenvoltura, composto con des (non) e il verbo envolver (involgere), alla lettera: non involtura. Il disinvolto, quindi, è non involto, vale a dire non imbrigliato, spigliato (nei gesti e nella parola) insomma libero da impacci.
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