Più esatto?... Esatto!

In un foro di lingua italiana un lettore ha contestato a un altro lettore un più esatto, sostenendo che una cosa o è esatta o non lo è. Esatto, insomma, non può avere i gradi comparativo e superlativo. Più esatto è, invece... esatto.
Il suddetto aggettivo, sinonimo di vero, giusto, accurato, puntuale, veritiero, rigoroso, sensibile, preciso e aggettivi simili può benissimo essere alterato nei gradi comparativo e superlativo.
Una riprova si ha nel fatto che nessuno si sognerebbe di considerare errato il più preciso in una frase tipo «il tuo orologio è più preciso del mio», vale a dire è più esatto.
L’esattezza può avere vari gradi, come la bianchezza. Se io dico, per esempio, che la mia camicia è più bianca della tua do alla mia camicia un grado di bianchezza superiore a quella tua. Il bianco, insomma, non è assoluto, ha vari gradi, e così l’esattezza.
Per concludere: si può ritenere errata la frase «i tuoi calcoli sono ‘più esatti’ dei miei»? Dimenticavamo: Più esatto si trova, tra l’altro, in Giacomo Leopardi (Zibaldone).

06-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Caporale e sergente

Ci occupiamo ora di due termini militari: caporale e sergente. Per questi ci affidiamo alle sapienti note di Aldo Gabrielli, insigne linguista.

«...Non occorre essere esperti di lingua per sentire subito, così ad orecchio, che caporale risale alla parola ‘capo’ (...) e può quindi vantare una stretta cuginanza con capitano. In origine, anzi, il capitano era soggetto al caporale, appellativo generico di chi esercitava un comando (...).
Caporali del popolo erano a Firenze quei cittadini che il popolo eleggeva ogni anno a tutela dei propri diritti contro l’aristocrazia; e infatti lo storico del Trecento Giovanni Villani, nella sua Cronaca ci parla delli maggiori e più possenti caporali dell’annata; e ci fa anche sapere che i caporali comandavano su quarantamila sergenti. Davvero una gerarchia in evoluzione.
Del resto non dimentichiamo che Napoleone si fregiò del titolo di caporale di Francia. E non soltanto Napoleone. Il sergente invece ebbe (...) un’origine piuttosto oscura. Il nome, infatti, è una semplice variante di servente, participio presente del verbo servire, influenzato dall’antico francese sergent, cioè colui che serve, un servo».

06-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Maritozzo con panna

Si tranquillizzino i nostri affezionati amici amatori della buona lingua, non sono incappati in una rubrica culinaria, vogliamo solo vedere l’origine linguistica della colazione e del maritozzo.
I Lettori, in particolare i romani, sanno che nella città dei sette colli c’è l’usanza – prima di recarsi al lavoro o durante la pausa – di andare al bar (ma dovremmo dire alla mescita, per non essere accusati di adoperare termini barbari: bar, infatti, è voce inglese che propriamente significa sbarra, quella che separava il bancone dagli avventori) per far colazione con un buon maritozzo con panna affogato in un ottimo cappuccino caldo.
Quest’usanza, dunque, nata a Roma – sembra – ben presto ha condizionato la vita di tutti i lavoratori italiani, dalle Alpi alla Sicilia, passando per la Sardegna: se qualcuno di voi, cortesi amici, non è stato contagiato da questa febbre scagli la prima pietra, come usa dire.
Abbiamo pensato, per tanto, di ricercare, come accennavamo all’inizio, l’origine linguistica e storica dei suddetti vocaboli (ma non solo di questi) ormai sulla bocca di tutti. Vediamo, dunque. Il cappuccino, con due p, attenzione, non capuccino come sovente si sente dire, vale a dire quella miscela di caffè e latte caldo, trae origine – manco a dirlo! – dal colore marrone simile a quello del saio dei frati mendicanti che indossano una veste di color marrone, appunto, confezionata con stoffa grossolana, provvista di cappuccio (Cappuccini) e stretta alla vita da una cintura di corda.
Più interessante – forse – l’origine del maritozzo che, come sappiamo, è un panino soffice e dolce condito con olio, uva passita, pinoli e cotto al forno. Questo dolce deve il nome proprio al… marito.
Il romanista Chiappini così spiega la storia del nome: «… da marito perché quando i maritozzi si facevano a Roma soltanto nella quaresima, gli amanti e i mariti ne solevano fare un presente alle loro fidanzate e alle loro mogli nei venerdì di marzo».
Secondo altri autori, invece, il nome deriverebbe dal fatto che questo particolare dolce veniva offerto in occasione dei… maritaggi, cioè dei matrimoni. Quale che sia la verità vera resta il fatto – incontestabile – che il maritozzo, etimologicamente, è strettissimo parente del… marito.
E a proposito di marito, lo sapevate che in agricoltura il… marito è un albero che fa da sostegno a una pianta, specialmente alla vite? Questo termine, infatti, lo si incontra – per la prima volta – come aggettivo nel linguaggio agricolo e, per traslato, nel significato di coniuge di sesso maschile in quanto sostiene la donna sposata, anche se alcuni insigni linguisti ritengono che derivi dal latino mas, maris (maschio). L’origine esatta resta, comunque, incerta.
Ma torniamo al maritozzo che può anche essere ripieno di marmellata. Il significato scoperto di marmellata è noto a tutti: conserva di frutta cotta a cui è unito lo zucchero. Ciò che non tutti sanno, forse, è che il vocabolo è un barbarismo anche se ha radici latine. Viene, infatti, dallo spagnolo (e portoghese) mermelada, tratto da mermelo (cotogna) e questo dal latino melimelum, una varietà di mela dolce.
Ma anche un’altra voce culinaria non è prettamente italiana anche se, come la marmellata, ha anch’essa radici latine ed è, per l’appunto, la colazione, vale a dire il primo pasto della giornata, consumato appena alzati.
Questo termine, dunque, viene dal francese colation, tratto dal latino collatio, collationis, derivato di collatus, participio passato del verbo conferre (‘portare insieme’) e propriamente indica la refezione dei monaci dopo la riunione della sera.
I monaci non consumano insieme (quindi li portano assieme) i vari pasti? Dallo stesso verbo latino viene collazione (anche se non c’entra nulla con quanto scritto finora), termine che dovrebbero conoscere gli addetti all’informazione della carta stampata perché indica l’operazione di «confrontare (quindi portare assieme) le bozze di stampa tra loro o con l’originale».

04-12-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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