Una ragazza mezzo matta

Un giornale della mia città, Civitavecchia, titolava: «È una ragazza mezzo matta». Mi domando: perché mezzo e non mezza? È corretto il titolo?
Correttissimo, gentile amico. Mezzo, come aggettivo, concorda nel genere e nel numero con il sostantivo al quale è preposto: mezza mela; mezzi sigari; mezze pagine; mezzi fogli.
Quando, invece, è posposto al sostantivo al quale è unito con la congiunzione e resta invariato perché assume il valore di sostantivo con il significato di una metà: due ore e mezzo, vale a dire due ore e una metà di un’ora; cinque chili e mezzo, cioè cinque chili e una metà di un chilo.
Resta altresì invariato, con valore avverbiale e significato di a metà, quando è unito a un aggettivo per attenuarne il significato: ragazze mezzo matte, vale a dire matte a metà; la casa era mezzo diroccata, cioè diroccata a metà; le luci sono mezzo spente, ossia spente a metà; aveva gli occhi mezzo chiusi, non chiusi interamente.
Nell’uso, però, queste distinzioni non vengono osservate anche se è un errore (e non tutti i linguisti concordano) scrivere, per esempio, le cinque e mezza. Un plauso, quindi, al giornale che – una volta tanto – ha rispettato le leggi grammaticali lasciando mezzo invariato: ragazza mezzo matta.

22-11-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Partire per i monti della luna

Partire per i monti della luna, vale a dire intraprendere un viaggio molto lungo verso un luogo favoloso ma molto difficile da raggiungere.

Il modo di dire – forse poco conosciuto – si rifà a una ipotetica catena di monti che gli antichi geografi avevano stabilito essere al centro dell’Africa, vicino all’equatore e dalla quale ritenevano nascesse il fiume Nilo.

La credenza popolare, inoltre, voleva che le sue viscere contenessero immense miniere d’oro e d’argento.

C’è da dire, per la cronaca, che la convinzione che questi monti esistessero realmente perdurò fino alla metà del XIX secolo.

20-11-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Ci hanno o c'hanno?

È corretto apostrofare il pronome personale “ci” davanti al verbo avere? Molto spesso mi capita di leggere, sulla stampa, frasi tipo “c’hanno detto che...”. Insomma, ci hanno o c’hanno? ci domanda un cortese lettore di Fiuggi.

Nessuna legge grammaticale vieta di apostrofare la particella pronominale ci e l’omonimo avverbio di luogo davanti a parole che cominciano con le vocali e e i: c’entra, ci invitò. Alcuni linguisti ammettono l’apostrofo anche davanti ad altre vocali. Ci sembra un uso scorretto e da condannare.

L’elisione è corretta solo se, come dicevamo, la parola che segue la particella comincia con una e o una i al fine di conservare alla consonante c il suono palatale.

Davanti alle altre vocali la c acquisterebbe un suono gutturale: ci approvò e non c’approvò; ci andrei e non c’andrei, ché si leggerebbero rispettivamente capprovò e candrei.

Per lo stesso motivo bisogna scrivere ci hanno e non c’hanno in quanto si leggerebbe canno.

19-11-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink