Con questi chiari di luna

Perché quando le cose vanno male, quelle economiche particolarmente, si dice «con questi chiari di luna»?, ci domanda una cortese lettrice di Chieti.

L’espressione, gentile amica – come lei ha anticipato – indica un momento critico, un periodo difficile soprattutto sotto il profilo economico ed è chiamata in causa, in senso figurato, perché la luce fioca (chiaro) della luna nasconde i particolari e non rende chiare le immagini.

In tempi remoti si diceva, infatti, «con questi lumi di luna», vale a dire con la luce della luna che non è molto forte e rende, quindi, le immagini sfocate, la visibilità non chiara.

I chiari di luna, per tanto, in senso metaforico non fanno vedere chiaro il domani, lo rendono incerto, soprattutto sotto l’aspetto economico.

08-11-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Succube? Sì, se si tratta di due o più donne

Sappiamo benissimo che alcuni vocabolari ammettono la bontà del termine succube tanto per il maschile quanto per il femminile; classificano, cioè, l’aggettivo tra quelli che appartengono alla seconda classe la cui terminazione in e è valida sia per il maschile sia per il femminile.
Per alcuni dizionari, insomma, succube sarebbe come gli aggettivi ambivalenti facile, difficile, forte, deteriore, ecc. Hanno anche l’accortezza, però, di informare il lettore che la forma succubo è da preferire.
Il Dop, dizionario di ortografia e di pronunzia della Eri, avverte che succube è meno bene di succubo, il che significa che è meno corretto e in lingua una parola o è corretta o non lo è: non può essere corretta a metà.
La stampa, a nostro modesto avviso, essendo una dispensatrice di cultura dovrebbe adoperare solo termini corretti per intero, non a metà. Una mezza verità corrisponde a una bugia e una parola meno corretta corrisponde a uno strafalcione.
Scriviamo e diciamo, dunque, succubo per il maschile singolare, succuba per il femminile singolare, succubi e succube rispettivamente per il maschile e per il femminile plurale. Succube, insomma, anche se è la forma più comunemente adoperata – con l’imprimatur di alcuni vocabolari - è da ritenere errata; la sola forma corretta è succubo, e vediamo perché.
In latino esiste il verbo succubare (letteralmente: giacere sotto) dal quale è derivato il sostantivo femminile succuba che era uno spirito maligno dalle sembianze di donna, appunto. Questo spirito aveva il compito di disturbare il sonno delle persone. Con il trascorrere del tempo da questo femminile succuba è stato generato il maschile succubo, nel significato di uomo assoggettato al dominio di una donna e, per estensione, uomo di carattere debole, insicuro, che si sottomette alla volontà degli altri.
Succube, quindi, non ha motivo di esistere e ci meravigliamo del fatto che alcuni dizionari registrino questa voce, come lo Zingarelli, che recita testualmente:

succube, variante di succubo, modellata sulla grafia del francese succube.
Sostantivo maschile e femminile.
1) Nella demonologia cristiana, demonio che, assumendo aspetto fittizio femminile, si unisce sessualmente a uno stregone o a un invasato.
2) Est. Chi soggiace completamente al volere di un altro: è succube del marito. Succubo, forma maschile tratta dal latino succuba(m), concubina, composto di sub, sotto e di un corradicale di cubare, giacere, s.m. (f.-a)”.

Il vocabolario Sandron, invece, è più onesto linguisticamente, non parla di una forma variata:
succubo (meno bene succube, che però è forma di più largo uso) s.m.
1) propriamente, demone che anticamente si riteneva assumesse gli aspetti di una donna, e che, durante la notte, avesse rapporti carnali con gli uomini.
2) (f.-a), est. persona che per mancanza di una ferma volontà si sottopone, soggiace alla volontà altrui. Usato anche con valore di aggettivo: è una donna debole, succuba del marito e dei figli.

Voi, gentili amici – se siete amanti del bel parlare e del bello scrivere – è proprio il caso di dirlo, non siate... succubi dei vocabolari o della stampa: adoperate sempre le forme corrette, cioè succubo, succuba, succubi e succube.
06-11-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


La concretezza

A scuola ci hanno insegnato che la differenza tra il concreto e l’astratto sta nel fatto che nel primo caso si dice di ciò che può essere verificato con i sensi, quindi è percettibile, vero; nel secondo caso, invece, di ciò che pur esistendo non può essere percepibile in quanto è semplicemente una nozione comune come, per esempio, la virtù e la benevolenza.
A questo proposito è interessante vedere – ripercorrendo l’evoluzione della lingua – come alcuni vocaboli che in origine indicavano solamente nozioni materiali oggi siano atti a esprimere i concetti più astratti.
Esaminiamo il verbo pensare: questo non è altro che il verbo latino che voleva dire pesare; da una cosa concreta è passato a indicarne una astratta: non diciamo, del resto, pesare il pro e il contro di una determinata faccenda?
E che cosa significa comprendere se non accogliere in noi un pensiero? Scrutando il verbo capire (dal latino capere, prendere, contenere, accogliere) si vede bene il passaggio dal significato concreto a quello astratto: accogliere nella nostra mente un concetto, quindi... capirlo. In origine questo verbo indicava solamente una cosa concreta, tant’è vero che ancora oggi si parla di capienza di un locale; poi, anche in latino, ha acquisito l’accezione di intendere.
L’ambivalenza concreto-astratto si nota meglio in un altro termine, figlio di capire: capace. Diciamo, infatti, che un recipiente è molto capace e che un ragazzo è capace di risolvere il problema; nel primo caso abbiamo capace nel significato concreto di contenere, nel secondo in quello astratto di avere attitudini.
Il verbo riflettere palesa ancor più facilmente la sua antica origine: non significa altro che... riflettere, vale a dire ripiegarsi su sé stesso. Chi riflette, dunque, ripiega la mente su sé stesso, vale a dire rivolge l’attenzione sui fatti interni della vita psichica o alla attività e ai contenuti del pensiero.
Il passaggio dal valore concreto a quello astratto si riscontra, con maggiore evidenza, nelle espressioni concentrarsi nei propri pensieri, raccogliersi in meditazioni. Insomma vogliamo dire, con queste modeste noterelle, o meglio, desideriamo mettere bene in evidenza il fatto che nel parlare o nello scrivere usiamo alcuni termini che i nostri antenati latini adoperavano con accezioni diverse da quelle odierne e solo un’attenta analisi ci rimanda al significato originario.
Una prova? Molte fra le parole più astratte di quelle che esprimono concetti matematici, a un attento esame, rivelano i loro significati originari che erano, per l’appunto, concreti. Vediamo. Il punto, quando è nato, non era altro che il segno lasciato da una... puntura (di insetti, per esempio); la linea, presa come simbolo della figura geometrica, è il femminile dell’aggettivo derivato da lino che è, propriamente, un filo di lino. Per non parlare dell’arco o della corda del cerchio che ci riportano a immagini materiali, quindi concrete.
Pensiamo anche alle numerose unità di misura – usate prima della rivoluzione francese - cioè al pollice, al braccio, al piede, al cubito e via dicendo: ciascuna di queste misure si riferiva alla lunghezza delle parti del nostro corpo che fin dalla notte dei tempi erano state adoperate come unità.
Vogliamo dire, insomma, che in lingua il confine tra astratto e concreto è quanto mai labile. Si pensi, a questo proposito, all’aggettivo amaro: un caffè amaro e un ricordo amaro; o al verbo inghiottire: si può inghiottire un cibo come si può inghiottire una calunnia. E a proposito di questo verbo, che presenta una doppia coniugazione (inghiotto o inghiottisco), è bene adoperare la forma non incoativa (cioè senza l’inserimento dell’affisso “isc” tra il tema e la desinenza) quando è in senso metaforico: non hai paura che il buio ti inghiotta?
Insomma, per concludere questa chiacchierata, cortesi amici, la lingua italiana – come tutte le lingue moderne – tende a una sempre maggiore astrazione, e lo fa nascondendo quei tratti salienti che le lingue antiche ancora ci mostrano e che erano stati coniati con evidente riferimento agli oggetti del mondo circostante.

05-11-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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