Giusto fu impiccato a La Storta

Chissà quanti lettori, non sapendolo, hanno provato sulla loro pelle – in senso figurato, naturalmente – questo modo di dire (di origine romana: non sappiamo, sinceramente, se il detto abbia varcato i confini dell’Urbe) che sta a significare che in questo mondo non c’è giustizia; in senso lato, ovviamente.
Quanti lettori, per esempio, nella loro vita lavorativa si sono visti scavalcare – in posti direttivi o di responsabilità – da colleghi non meritevoli? Per queste persone vale il detto sopra citato: «Giusto fu impiccato a La Storta»; per loro non c’è stata giustizia.
L’espressione, dicevamo, è nata a Roma sotto il pontificato di Sisto V. Si dice che un certo Giusto, accusato di un gravissimo reato del quale sperava di rimanere impunito, mentre tranquillamente cercava di entrare a Roma, fu catturato a La Storta, alle porte della città, dalle guardie papali e immediatamente impiccato, senza avere il tempo di mettere piede nella città eterna per essere processato.
Il popolo, venuto a conoscenza del fatto, disse che se Giusto non poté entrare in Roma, un tempo culla del diritto, significa che a Roma non può esserci giustizia, e coniò l’espressione citata, volendo significare, in senso lato, che la giustizia non è di questo mondo.

30-10-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Ventitre o ventitré?

Secondo il linguista del noto quotidiano in rete i numerali composti con “tre” non necessitano obbligatoriamente dell’accento: ventitre; cinquantatre ecc. Siamo spiacenti, ma ancora una volta dobbiamo dissentire dal titolare della rubrica di lingua del quotidiano.

I composti con “tre” si accentano sempre anche se, nell’uso, purtroppo, l’accento è oscillante. Citiamo, in proposito, un “grande” della lingua, Aldo Gabrielli: «Tre, numerale cardinale, si scrive sempre senza l’accento; invece prendono sempre l’accento i suoi composti: ventitré, trentatré, quarantatré, centotré; però, mille e tre, duemila e tre e simili, perché qui ‘tre’ è usato come parola a sé stante«. Ancora. «I composti di ‘tre’ sono da considerarsi parole tronche e vanno sempre accentati: ventitré, quarantatré, centotré (ma il Carducci ha spesso ventitre, trentatre ecc. senza accento: non è un esempio da seguire; del resto il Carducci tolse l’accento anche a Giosuè e scrisse sempre Giosue) »

29-10-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


De articulo

Se apriamo un qualsivoglia libro di grammatica leggiamo, nella parte che tratta dell’articolo, la solita pappardella che imparammo – a suo tempo – in terza o quarta elementare: l’articolo è quella parte variabile del discorso che si mette prima del nome per indicarne il genere e il numero in modo determinato o indeterminato.
Siamo sicuri di non peccare di presunzione se affermiamo – a questo proposito – che molte persone, anche tra le più acculturate, non conoscono il significato intrinseco dell’articolo. Colpa loro? No. Colpa delle grammatiche e della scuola e, per questa, di molti insegnanti che non sentono il dovere di approfondire l’argomento (forse non lo conoscono?).
Vediamo di supplire alle carenze scolastiche. Questa paroletta (articolo), come viene definita da alcune grammatiche, che si premette al nome per meglio indicarlo è il latino articulus, diminutivo di artus (membro, giuntura) e in origine indicava il piccolo arto, la giuntura del corpo.
In linguistica, per tanto, si adopera questo termine per indicare l’elemento che introduce e sostiene il sostantivo, come le giunture del corpo sostengono le membra. Con il trascorrere del tempo e per estensione l’articolo ha acquisito anche altri significati come punto, suddivisione, sezione (l’articolo di un giornale non è una sezione del giornale stesso?).
Abbiamo, così, i vari articoli esposti in un negozio: articoli di abbigliamento, articoli sportivi e via dicendo. L’articolo, sempre per estensione, è anche ciascuna delle suddivisioni di un regolamento, di una legge, di un trattato (l’insieme degli articoli, cioè delle giunture costituisce, o se preferite, costituiscono il regolamento, la legge).
A proposito di giornali, alcuni sostengono che l’articolo in senso giornalistico sia un calco sull’inglese articles. È una tesi, questa, discutibile a nostro modo di vedere... Ma torniamo, un attimo (non attimino, per carità!), all’articolo grammaticale vedendo per sommi capi il suo uso corretto.
La norma generale impone l’articolo davanti a tutti i nomi comuni; si omette, però, e l’omissione è obbligatoria, in numerose locuzioni o espressioni particolari come, per esempio, aver sonno, far paura, andare a cavallo, camicia da notte, sopportare con pazienza ecc.
Dei nomi propri richiedono l’articolo determinativo, solo quello, si badi bene, i nomi dei monti: il Cervino, il Bianco; i nomi dei fiumi: il Po, il Tevere; i nomi di regione, di nazione, di continente: il Lazio, la Grecia, l’Asia.
È altresì necessario l’uso dell’articolo davanti ai cognomi: il Bianchi, il Rossi, il Ferrari. Davanti ai cognomi di personaggi illustri e conosciuti l’articolo si può porre o omettere, dipende dal gusto di chi scrive o parla: Manzoni o il Manzoni, Leopardi o il Leopardi.
Rifiutano categoricamente l’articolo i nomi di città, salvo quelli in cui l’articolo – per consuetudine popolare – è diventato parte integrante del nome: La Spezia, L’Aquila, La Valletta ecc. È consigliabile, anzi, obbligatorio l’articolo davanti ai nomi di città se sono preceduti da un aggettivo o accompagnati con una specificazione: la Roma umbertina, la Firenze medievale, la dotta Bologna.
E a proposito dei nomi geografici, dei fiumi in particolare, alcune volte ci troviamo di fronte al dubbio amletico circa il genere di articolo da adoperare: maschile o femminile? Si dice, generalmente, che i nomi dei fiumi che terminano in -o, in -e e in -i sono di genere maschile: il Tevere, il Tamigi, il Ticino; quelli la cui terminazione è in -a sono, prevalentemente, femminili: la Senna, la Garonna.
Ma come la mettiamo con il fiume Volga? Stando alla regola dovrebbe essere femminile: la Volga. Nell’uso comune sentiamo, invece, il Volga. Perché? Il motivo è semplicissimo: Volga è femminile in russo e in francese; maschile in spagnolo e in questo genere si usa, generalmente, anche in italiano.
La forma originaria femminile si incontra, però, presso alcuni scrittori come il D’Annunzio che scrive dalla Volga al Golfo Persico. Il genere femminile, per tanto, non è da considerare erroneo perché rispecchia la forma originaria russa come usano, soprattutto, gli slavisti.
Ma anche il nostro fiume Piave è ambisesso: la Piave e il Piave. In alcuni vecchi libri prevale il femminile, come si può notare leggendo Antonio Stoppani, Gasaparo Gozzi e il moderno Paolo Monelli. Il Carducci e in particolare Gabriele D’Annunzio mascolinizzarono il fiume sacro alla Patria tanto è vero che la famosissima canzone della Grande Guerra recita: il Piave mormorò

28-10-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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