Nei meandri della lingua

Prima di addentrarci nei meandri della lingua che – come abbiamo visto altre volte – è ricchissima di parole che usiamo con la massima indifferenza senza conoscerne il significato recondito, soffermiamoci un attimo sull’accezione nascosta di meandro, appunto.

Adoperiamo questo termine quando vogliamo mettere in particolare evidenza l’intricatezza e la tortuosità del linguaggio di talune persone nell’esporre il proprio pensiero o il proprio scritto. Il meandro, dunque, è ciascuna delle anse, delle sinuosità che i fiumi determinano scorrendo su un terreno piano o con lieve pendenza.

Anche questo vocabolo proviene dal tanto bistrattato latino: meandrus (curva), tratto dal nome del fiume Meandro che scorre in Asia Minore in numerosissime sinuosità.

In senso traslato, quindi, meandro è sinonimo di tortuosità di pensiero: non è affatto possibile seguirlo nei meandri del suo ragionamento.

27-10-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


L'apostrofo in fin di rigo?

Molti amici lettori ci hanno scritto per conoscere la verità circa la correttezza dell’apostrofo in fin di rigo (o riga). Le grammatiche tacciono sull’argomento e gli insegnanti si rifanno alle... grammatiche. Alcuni docenti, anzi, sono categorici: mai l’apostrofo in fin di rigo! E così assistiamo impotenti a dei veri e propri sconci linguistici: lo / uovo; la / uva; lo / ordine; del / l’ignoranza e simili.
No, gentili signori, in fin di rigo si può, anzi si deve mettere l’apostrofo (quando è necessario, ovviamente). Per la verità la polemica sulla correttezza dell’apostrofo in fin di rigo non si è mai spenta da quando – seicento anni fa – l’umanista Pietro Bembo introdusse questo segno ortografico e il celeberrimo tipografo Manunzio lo diffuse attraverso la stampa.
Le grammatiche, come abbiamo detto, non trattano l’argomento e se lo trattano non sono chiare. L’idea, quindi, di non apostrofare con l’a capo – secondo alcuni autorevoli glottologi – è stata partorita dal cervello di qualche tipografo preoccupato solo di riempire la riga (quando la stampa era a caldo, cioè le righe erano pezzi di piombo fuso).
L’abuso, così, si impose e fu accolto da alcuni grammatici con la scusa che un vocabolo terminante con l’apostrofo non è pronunciabile autonomamente ma solo unito alla parola seguente. Nulla di più pretestuoso e falso.
Quante parole senza apostrofo si spezzano per andare a capo? Amici, apostrofate pure in fin di rigo, nessuno che ami la lingua vi potrà tacciare di ignoranza linguistica.

26-10-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


La leva militare

Incredibile, ma vero. Al compimento della maggiore età, cioè quando il figlio festeggiò il diciottesimo anno di età, il padre si rese conto – per la prima volta – che il suo fanciullo, probabilmente, non aveva tutte le rotelle del cervello a posto.
Gigetto, questo il nome del bambino-prodigio, contrariamente alle aspettative sue e del genitore, non era stato ammesso tra i cadetti dell’Accademia militare; sarebbe partito, quindi, per il normale servizio militare di leva (oggi non più obbligatorio).
In vista di questa scadenza, Gigetto trascorreva le giornate, chiuso nella sua cameretta, esercitandosi con una leva di ferro a sollevare l’armadio perché – riuscì, dopo molta reticenza, a confessare al padre – non voglio fare una figura caprina con i miei futuri commilitoni. Tutti gli altri ragazzi – proseguì – sono molto più forti di me; quando anch’essi partiranno per la leva militare saranno, quindi, in grado di sollevare qualsiasi leva.
Vi lasciamo immaginare, cortesi amici lettori, la disperazione del padre il quale sudò le classiche sette camicie per spiegare al bambino che la leva (l’asse) non aveva nulla che vedere con il servizio militare di leva.
Riuscì a fargli capire, infatti, che la leva militare, cioè il complesso delle operazioni svolte per la chiamata alle armi di una classe (e, per estensione, il servizio militare stesso) è così chiamata dal verbo levare che – fino a qualche secolo fa – aveva il significato di arruolare (anzi arrolare, senza la u, rispettiamo la legge del dittongo mobile; vedi etimo.it).
Un giovane di leva, quindi, è arrolato, cioè iscritto nei ruoli dell’esercito. E a proposito di servizio militare, la nostra cugina Francia ci ha regalato un altro termine: cadetto. Come tutti sanno (o dovrebbero sapere) i cadetti sono gli allievi di una scuola militare, così chiamati dal francese cadet, appunto.
Fino a qualche secolo fa, nelle antiche famiglie aristocratiche in cui vigeva il diritto di maggiorascato, il figlio non primogenito escluso dalla successione era chiamato cadet e quasi sempre entrava nelle Accademie dove intraprendeva la carriera militare.
Il francese cadet – vediamolo subito – proviene dal guascone capdet, diminutivo (guarda caso) del... latino caput, capitis (capo, comandante). I cadetti, per tanto, terminati gli studi presso le Accademie diventano comandanti.
Lo stesso termine è entrato, per estensione, nel linguaggio sportivo: gli appassionati di calcio sanno benissimo, infatti, che i cadetti sono i giocatori di una squadra di serie B, cioè di una squadra minore.
E sempre in tema militaresco concludiamo queste noterelle con un pensiero di Voltaire: «I soldati si mettono in ginocchio quando sparano: forse per chiedere perdono dell’assassinio».

25-10-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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