L'assiduo? Sta sempre seduto...
Chi sa i nostri affezionati e assidui lettori che seguono le nostre modeste chiacchierate sull’uso corretto della lingua di Dante sanno che – per la lingua – stanno sempre seduti. Ce lo dice l’etimologia, ovverosia la scienza che studia l’origine (e l’evoluzione) delle parole. Vediamo perché, dunque.
Il verbo “sedere” ha generato molti deverbali (sostantivi o aggettivi derivati da un verbo) tra i quali assiduo, per l’appunto, che letteralmente significa che siede accanto, che costantemente è seduto vicino alla stessa persona o cosa (nel nostro caso l’assiduo è sempre seduto davanti al computer).
Sedere, dicevamo, ha partorito molti sostantivi e aggettivi (ma anche verbi); tralasciamo i più noti in cui il verbo sedere traspare dalla stessa parola (sedia, seggio, sede, seggiola ecc.) per occuparci di quelli in cui nessuno sospetterebbe la presenza del verbo su menzionato.
Cominciamo con sessione che sta per «periodo durante il quale una commissione, un tribunale, un’assemblea si riunisce per consultare, giudicare, esaminare, deliberare» i cui componenti sono... seduti, appunto. Assediare, figuratamente, «esser seduti davanti (nell’attesa che il nemico deponga le armi)».
Consesso, «riunione di persone che siedono assieme». Dissidente, «che siede separato» dagli altri perché in disaccordo. Assessore, «colui che siede accanto» (al sindaco o ad altri personaggi autorevoli; quando il sostantivo nacque indicava un funzionario incaricato di assistere un suo superiore).
Presiedere, letteralmente «sedere dinanzi», quindi dirigere, comandare, sorvegliare, da cui abbiamo anche preside e presidente. Residuo, alla lettera «ciò che rimane seduto», quindi «ciò che resta (di una cosa)». Possedere, da potis (padrone) e sedere, letteralmente «aver sede», quindi «occupare una sedia», una sede (da padrone).
Soprassedere, «sedere sopra» (una decisione da prendere), quindi rinviare, rimandare. Insediarsi, «prender sede». Risiedere, «aver sede», da cui abbiamo residenza. Insidiare, propriamente «esser seduti in un luogo in agguato». Sedentario, che sta, abitualmente, seduto.
E sempre a proposito del verbo sedere, anche se alcuni vocabolari lo consentono, sconsigliamo recisamente l’inserimento della i nel futuro indicativo e nel presente condizionale. La e della radice di sedere dittonga in ie solo quando detta vocale ha l’accento tonico.
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Pagare il fio e lo scotto
Sapete perché si dice pagare il fio e lo scotto? Donde provengono queste due espressioni di identico significato e note a tutti in quanto si fanno scendere in campo quando si vuole mettere in evidenza il castigo o la pena dovuta per rimediare a una colpa o a un comportamento non certo irreprensibile? Vediamolo assieme.
Il fio (dal francese antico fieu, feudo e per estensione tassa) era il tributo che i vassalli dovevano pagare al padrone-signore; mentre lo scotto (dal franco skot, tassa) era il prezzo da pagare dopo aver mangiato e alloggiato in una locanda.
Con il trascorrere del tempo i due termini hanno subito una metamorfosi semantica acquisendo il significato di pena, castigo: non hai rispettato gli impegni, ora pagane lo scotto, subisci, cioè, le conseguenze del tuo deprecabile comportamento.
Il cavalier del dente
I denti, vale a dire ciascuna delle formazioni presenti nella bocca dei vertebrati destinate alla masticazione dei cibi (nell’uomo servono anche per una corretta articolazione dei suoni nelle parole), hanno dato origine a molti modi di dire conosciutissimi (e non abbisognevoli di spiegazione), tra cui a denti stretti, avere il dente avvelenato, difendere coi denti, battere i denti ecc.
Uno, siamo sicuri, è sconosciuto ai più: Cavalier del dente. Chi è costui? Colui che mangia molto, tanto da meritarsi quasi un’onorificenza ufficiale.
Naturalmente l’espressione si usa in senso ironico e scherzoso: «ecco Giovanni, il cavalier del dente».
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