Parole nobilitate
Il nostro linguaggio è ricco di parole tratte dal mondo agricolo e trasportate in quello così detto culturale, ricevendo, in tal modo, una sorta di blasonato. Non c’è uomo di cultura, quindi, che parlando o scrivendo possa fare a meno di ricorrere a parole contadinesche nobilitate dall’uso. Tra questi vocaboli, i più numerosi sono quelli tratti dagli alberi. Vediamo, insieme, i più comuni e, per tanto, i più conosciuti (ma adoperati inconsciamente, senza conoscerne la provenienza volgare).
Quando, per esempio, chiamiamo il nostro corpo tronco umano confrontiamo la struttura di quest’ultimo con quella di un albero. Allorché descriviamo i rapporti di parentela parliamo di radice, di ramo, di ceppo e, un po’ scherzosamente, di rampolli.
E quando parliamo di cultura non ci riferiamo alla coltura, vale a dire alla coltivazione? Una persona si dice colta perché coltiva, appunto, lo spirito, l’animo. E così il culto che in latino valeva anzitutto coltivazione ha finito con l’acquisire l’accezione specifica di onore alla divinità.
E a proposito di cultura, taluni adoperano indifferentemente questo termine riferito all’attività dello spirito, dell’animo e a quella, chiamiamola, campestre: la cultura delle viti. È bene, invece – ed è un obbligo per chi ama la lingua – fare un distinguo.
Nel significato di educazione morale, intellettuale useremo cultura (con la u): avere un’ottima cultura, una cultura mediocre; nell’accezione di coltivazione del terreno e l’insieme dei lavori necessari perché suolo e piante diano buoni frutti adopereremo coltura (con la o): la coltura degli ortaggi; la floricoltura; la viticoltura.
E per concludere queste noterelle sull’uso di parole che ci piace definire nobilitate, vediamo un vocabolo agricolo che ricorre di frequente, purtroppo, in fatti di sangue: crivellato. Non si legge, infatti, sulla stampa che «il bandito è stato crivellato di colpi dalle forze dell’ordine» (o viceversa)? Il crivello, come si sa, è uno strumento nel quale si vaglia il grano. Crivellare di colpi vale, letteralmente, «fare tanti buchi quanti se ne possono vedere in un crivello».
Fare (o essere) il Bastian Contrario
Sull'origine del modo di dire esistono diverse teorie.
Nel suo Dizionario moderno Alfredo Panzini ricorda la leggenda di un Bastiano Contrari «malfattore e morto impiccato, il quale solamente in virtù del cognome diede origine al motto». Si tratterebbe dunque di un caso di antonomasia.
A Torino il Bastian Contrario per antonomasia è considerato il conte di San Sebastiano che nella battaglia della Assietta fu il solo a disobbedire all'ordine di ripiegare sulla seconda linea. Il gesto del Conte e dei pochi fedeli granatieri da lui comandati determinò l'esito favorevole di tutta la battaglia contro l'esercito franco-ispanico.
L'episodio ha ispirato anche un altro detto tipico riferito alla popolazione piemontese, quello di bugia nen: se in origine significava proprio non muoversi, col tempo il senso è stato svilito, per diventare un sinonimo di ottusità e chiusura nei confronti delle idee altrui. (da Wikipedia)
I diti medi
Un cortese lettore di questo portale domanda, scandalizzato, se è corretta la frase letta in un giornale (che non cita): «Piero aveva i diti medi fratturati». Diti? – si chiede il lettore. – Non si dice dita?
Sì, gentile amico, la frase è correttissima; questa volta diamo atto al giornalista, estensore dell’articolo, di aver usato la lingua di Dante in modo corretto.
Il plurale di dito è: dita (femminile) se si considerano nel complesso: le dita delle mani, del piede; diti (maschile) se considerati separatamente: i diti medi; i diti mignoli.
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