Gli orrori di un linguista...

Un lettore ha posto il seguente quesito al titolare della rubrica di lingua di un importante giornale quotidiano cartaceo e in rete: «Ho un po' di dubbi circa l'utilizzo della congiunzione e dopo una virgola. Da quello che ho sempre studiato so che non è corretto perché la virgola serve a separare mentre la e ad unire. Tuttavia mi capita spesso, rileggendo quello che scrivo, di avere la sensazione che la virgola sia necessaria per prendere fiato. Cosa ne pensa? (Firma)»
Ecco la risposta: «L’argomento è stato già trattato in questo forum e si è osservato che in particolari situazioni espressive la congiunzione e dopo la virgola ci può stare tranquillamente, anzi è bene che ci stia. Si legga qualche pagina dei Promessi sposi e vedrà che Manzoni deroga da una regola che in realtà non esiste.»
Nella risposta al lettore che chiedeva lumi circa l'uso corretto della congiunzione e dopo la virgola il linguista è scivolato in un errore là dove scrive «...e vedrà che Manzoni deroga da una regola che in realtà non esiste».
Il verbo derogare si costruisce con la preposizione a, non da. Si deroga a una legge, dunque. Il verbo in oggetto significa, infatti, togliere (temporaneamente) vigore a una legge, a un contratto e simili.

19-06-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Farsi infinocchiare

Tutti conosciamo questo modo di dire che significa farsi ingannare, farsi raggirare con astuzia e grossolanità. Non tutti, forse, sanno come è nato. Vogliamo vederlo assieme?

Nel periodo medievale gli osti veneti, in particolare quelli veneziani, erano soliti offrire ai loro clienti dei rametti di finocchio prima di servire loro del vino di pessima qualità.

Così facendo erano sicuri che gli avventori non si sarebbero accorti del vino... scadente. Il forte aroma del finocchio, infatti, ingannava il palato, e l’ospite veniva così infinocchiato, ingannato, perché è risaputo che il finocchio, particolarmente quello selvatico, ha il potere di camuffare il sapore delle bevande e dei cibi.

17-06-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink


Di riffa o di raffa

Il termine riffa è conosciutissimo; se apriamo un qualsivoglia vocabolario (anche quelli che definiamo permissivi) alla voce in oggetto, possiamo leggere: lotteria privata, avente per premio un oggetto di valore.
Ciò che, probabilmente, molti non sanno, o meglio non conoscono, è la derivazione di questo vocabolo che non ha origini italiche bensì iberiche. Riffa è, infatti, l'adattamento della voce spagnola rifa che significa, per l’appunto, lotteria.
Non dobbiamo dimenticare che il nostro Paese, nel corso dei secoli, è stato terra di conquista di molti popoli, tra i quali anche gli Spagnoli; è normale, quindi, che la lingua italiana abbia risentito dell'influenza del lessico di questo popolo.
La lotteria, anzi la riffa, ci richiama alla mente una locuzione, un modo di dire di uso corrente: di riffa o di raffa. Quante volte vi sarà capitato di dire o di sentir dire: di riffa o di raffa, hai ottenuto ciò che volevi; lo scopo è stato raggiunto in un modo o nell'altro, comunque sia; questo è, infatti il significato dell’espressione.
Per la spiegazione di questa locuzione occorre sapere che riffa ha anche un’altra accezione: prepotenza. L'etimologia, in questo caso, non è molto chiara. Alcuni Autori la fanno derivare dall'uso partenopeo di riffa nel significato di contesa, baruffa.
Raffa, invece, deriva dall'antico verbo raffare, aferesi di arraffare (l’aferesi – in linguistica – è la caduta di una o più lettere all'inizio di una parola), afferrare, strappare con violenza. Di riffa o di raffa, in un modo o nell'altro, quindi – stando all'etimologia dei due termini – sempre di prepotenza.

15-06-2009 — Autore: Fausto Raso — permalink




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