Di riffa o di raffa
Il termine riffa è conosciutissimo; se apriamo un qualsivoglia vocabolario (anche quelli che definiamo permissivi) alla voce in oggetto, possiamo leggere: lotteria privata, avente per premio un oggetto di valore.
Ciò che, probabilmente, molti non sanno, o meglio non conoscono, è la derivazione di questo vocabolo che non ha origini italiche bensì iberiche. Riffa è, infatti, l'adattamento della voce spagnola rifa che significa, per l’appunto, lotteria.
Non dobbiamo dimenticare che il nostro Paese, nel corso dei secoli, è stato terra di conquista di molti popoli, tra i quali anche gli Spagnoli; è normale, quindi, che la lingua italiana abbia risentito dell'influenza del lessico di questo popolo.
La lotteria, anzi la riffa, ci richiama alla mente una locuzione, un modo di dire di uso corrente: di riffa o di raffa. Quante volte vi sarà capitato di dire o di sentir dire: di riffa o di raffa, hai ottenuto ciò che volevi; lo scopo è stato raggiunto in un modo o nell'altro, comunque sia; questo è, infatti il significato dell’espressione.
Per la spiegazione di questa locuzione occorre sapere che riffa ha anche un’altra accezione: prepotenza. L'etimologia, in questo caso, non è molto chiara. Alcuni Autori la fanno derivare dall'uso partenopeo di riffa nel significato di contesa, baruffa.
Raffa, invece, deriva dall'antico verbo raffare, aferesi di arraffare (l’aferesi – in linguistica – è la caduta di una o più lettere all'inizio di una parola), afferrare, strappare con violenza. Di riffa o di raffa, in un modo o nell'altro, quindi – stando all'etimologia dei due termini – sempre di prepotenza.
Come nasce il lei
L’usanza di dare del lei in segno di rispetto verso la persona cui ci rivolgiamo si può datare, storicamente, attorno al secolo XV. Nei secoli precedenti - parlando o scrivendo - si dava del tu se ci si rivolgeva a una persona con la quale si aveva una certa familiarità e del voi, invece, se il nostro interlocutore era un personaggio di alto rango o con il quale non si era in confidenza. Vediamo, ora, come è nato il lei, pronome prima... sconosciuto.
L’avvento e il consolidarsi delle varie Signorie – a partire dal secolo decimoquarto – determinò, oltre a un sostanziale sconvolgimento delle condizioni politiche, economiche, sociali, culturali e di costume, nuove regole di vita; regole improntate all’insegna della raffinatezza più squisita e della solenne esteriorità.
Si capisce benissimo, quindi, come in tale habitat il formalismo divenisse regola di vita e come i cortigiani facessero a gara – nell’intento di accattivarsi la riconoscenza del potente – nelle manifestazioni ossequiose e molto spesso adulatrici nei confronti del padrone che – se non incoraggiava tali espressioni ossequiose – certamente non le disdegnava.
Nacque, così, l’usanza di indirizzare il discorso al signore non rivolgendosi direttamente a lui, cioè alla sua persona ma all’idea astratta di cui costui – nell’intento adulatore di chi parlava – era, per così dire, la personificazione: ci si rivolgeva, dunque, al sovrano adoperando, di volta in volta, titoli come Vostra magnificenza, Vostra Signoria, Vostra Eccellenza e simili.
Questi titoli, nel Quattrocento, erano stati ufficializzati e nel parlare e nello scrivere si adeguava a questi la concordanza pronominale; si adoperava, cioè, ella, essa e lei in riferimento, per l’appunto, a vostra magnificenza, vostra signoria, ecc.
Tale uso si estese, molto rapidamente, nella prima metà del Cinquecento grazie soprattutto agli Spagnoli, presenti sul nostro patrio suolo, che gratificavano con titoli onorifici anche coloro che non avevano l’autorità signorile (le così dette persone comuni).
Questo fatto accrebbe la popolarità del lei che, perso l’originario e specifico valore di forma di ossequio, divenne pura e semplice formula di rispetto, in diretto riferimento alla persona cui si indirizzava il discorso e lo scritto.
Occorre ricordare, anche, che l’uso del lei raggiunse solida e completa stabilità linguistica quando si cominciò ad adoperare questo pronome non più con funzione esclusiva di complemento ma anche – come è tuttora d’uso – in funzione di soggetto.
Urbano e cittadino
Di primo acchito questi due aggettivi sembrerebbero l’uno sinonimo dell’altro, derivando il primo dal latino urbe(m) (città), il secondo dal greco πόλις (polis, città); entrambi significano, quindi, cittadino.
Le cose, però, non sono così semplici perché sappiamo benissimo che urbano, in senso stretto, significa che appartiene alla città, mentre cittadino – sempre in senso stretto – significa politico.
Nell’uso, però, i due termini hanno finito con l’essere sinonimi. Ma donde deriva la differenza di significato che i due vocaboli avevano quando sono nati? Deriva dalla diversità di funzioni che svolgevano le città nel mondo latino e in quello greco.
Nello Stato romano, accentratore e unitario, le varie città non erano delle entità politiche, ma semplici agglomerati di abitazioni con limitatissime autonomie amministrative; nel mondo greco, invece, non si ebbe mai uno Stato unitario, le città corrispondevano ciascuna a un piccolo Stato autonomo e indipendente, tant’è che queste città vengono definite dagli storici città-Stato.
L’aggettivo politico (o cittadino) acquisì, quindi, l’accezione di che ha rapporto con la città-Stato; mentre urbano quella di che ha rapporto con una semplice città. Oggi, però, come si è visto, i due aggettivi si possono considerare sinonimi. Ma c’è di più.
Poiché si ritiene, a torto o a ragione, che coloro che vivono nelle città abbiano comportamenti più raffinati di coloro che, al contrario, abitano nelle campagne, il termine urbano ha finito con l’acquisire anche il significato di educato, civile, raffinato, in contrapposizione a rustico (dal latino rus, campagna) e a villano (da villa che originariamente significava campagna). Oggi però, se possiamo esprimere un parere, non sappiamo se siano più villani i... villani o i cittadini che abitano città sporche e violente dimostrando di non essere, poi, tanto... urbani.
Non possiamo concludere questa modestissima chiacchierata sul cittadino senza ricordare – sotto l’aspetto grammaticale – che questo termine può essere tanto sostantivo quanto aggettivo: come sostantivo si adopera per indicare l’abitante di una città, per l’appunto, o l’appartenente a una comunità statale (cittadino italiano, cittadino iberico e via dicendo); come aggettivo si usa per definire tutto ciò che abbia riferimento alla città: vita cittadina; manifestazione cittadina; negozio cittadino.
Dimenticavamo: oltre a cittadino esiste anche civico. Quest’ultimo termine, però, si riferisce a qualcosa che riguarda la città visto, però, come ente che gode di autonomia amministrativa: ospedale civico; Palazzo civico; Civica Azienda Trasporti e via dicendo. Civico, insomma, ha, press’a poco, la medesima accezione dell’aggettivo municipale: Polizia Municipale.
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